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Perfect Sensuality. L’eroe americano – Capitolo terzo

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In volo New York – Brasile.

Il volo su cui viaggiava Joe era quasi arrivato a destinazione.
Quel breve viaggio l’aveva fatto riflettere.
Ancora ripensava a quello che aveva provato lasciando Thomas all’aeroporto.
Si era sentito subito libero, felice … ma tremendamente in colpa. Forse lui stava attraversando una
crisi sentimentale seria, ma non riusciva nemmeno ad ammetterlo a sé stesso.
Al ritorno, se quell’inquietudine fosse continuata, avrebbe affrontato seriamente il discorso con il
suo compagno. Non era da lui trascinare situazioni sterili.
Intanto quel viaggio era stato come mandato dal destino, lui si sentiva oppresso e molto agitato e
quel viaggio, metà lavoro e metà svago, era capitato a fagiolo.
Una voce impostata da uomo, informò i passeggeri di allacciare le cinture, tra dieci minuti il
Boeing 737 avrebbe toccato suolo brasiliano.
Joe inspirò più aria che poté. E si sentì felice e libero, dopo tanto tempo. Già quella sensazione di
libertà, senza nemmeno aver gustato le meraviglie brasiliane, gli fece capire quanta voglia di
cambiamento avesse dentro di sé, si sentiva a mille.
Davanti a lui si era seduto un bel tipo moro, vestito elegante. Si erano scambiati un occhiata, ma
poi il tizio aveva baciato sulle labbra la donna che sedeva accanto a lui. Joe si mise buono e comodo
sul sedile. Chiuse gli occhi. Era già un grave indizio il fatto che si girasse ammirando la bellezza di
altri uomini.
Capì anche da ciò, che pian piano stava perdendo, del tutto, interesse per la bellezza femminile.
Per la donna in generale. Da moltissimi anni che non ne frequentava nessuna. E non ne sentiva la
mancanza.
Da ragazzo ne aveva avute tante di ragazze, storielle di sesso anche di una o due notti e via. Poi al
primo anni di università aveva incontrato Arnold… un gay convinto, che l’aveva puntato. E poi
dopo una colossale sbronza, erano finiti l’uno sull’altro… facendo sesso tutta la notte. Ma la cosa
che lo cambiò definitivamente, era stata la mancanza di vergogna o di imbarazzo, dopo. Fare sesso
con quel bel ragazzo, era stato molto soddisfacente. Poi aveva frequentato assiduamente locali
gay. Poi da adulto, Thomas, era stata la prima storia seria.
Ma forse ora era stanco di quella vita ordinata che Thomas gli aveva fatto conoscere, dentro cui
l’aveva “chiuso”. Lui era stato sempre istintivo e selvaggio. Ligio allo studio e al lavoro, ma nel
letto aveva sempre preteso fantasia e soddisfazione senza freni.
Joe Stevenson, in passato, non era mai riuscito a contenersi quando qualcuno gli era piaciuto.
Con Thomas era stato fin troppo calmo e buono. Il suo compagno aveva fatto il miracolo di tenerlo
mezzo tranquillo per tanto tempo, prima di cedere. E Joe, di suo, aveva aspettato stranamente al
suo posto. Dopotutto il suo Tom, come lo chiamava lui ogni tanto, era sposato e aveva un figlio.
Anche se il suo compagno non poteva sapere di tutte le scappatelle avute nel frattempo dal suo Joe,
per calmare il suo insaziabile appetito sessuale. Cose senza senso, ma vitali per la sua libido.

E poi finalmente avevano capitolato, facendosi una vita assieme.
Ma forse la sua vecchia natura selvaggia stava ritornando?
Joe sospirò, pregò di avere le idee più chiare dopo quel viaggio. Voleva vivere e si sentiva in una
strana fase della sua vita, ma di una cosa era sicuro. Non voleva assolutamente fare soffrire
Thomas. Lui non se lo meritava. La parola separazione però, da un po’ di tempo, gli balenava
nella testa sempre più insistentemente.

***

Miguel seguì i due uomini nel parcheggio, si girò un secondo e osservò l’istituto che era stata la sua
casa da sempre. Strinse il suo borsone, sospirò e andò verso una bella auto scura.
Lui era sveglio, un ottimo osservatore, sapeva che il comune non metteva a disposizione macchine
così costose per scortare un orfano al suo primo lavoro. Il ragazzo si fermò un attimo prima di
salire. Ebbe uno strano presentimento.
Uno dei due uomini lo osservò perplesso e gli si avvicinò.
-Che ti prende ragazzo?- Fece mettendogli una mano sulla spalla, cercando di sembrare cordiale.
Ma si vedeva che era un atteggiamento forzato.
Miguel lo guardò dritto negli occhi. E senza dire nulle si infilò dentro l’auto. Non aveva scelta,
senza quelle ore di tirocinio, a detta del direttore, non avrebbe avuto i documenti per la borsa di
studio.
Dentro era comodo e bellissimo, non era mai entrato in un’auto così. Ma era tutto troppo insolito.
L’improvvisa cordialità di Peralio, e quella auto lussuosa solo per portarlo chissà dove.
Uno dei due presunti assistenti sociali si mise alla guida, l’altro senza un valido motivo si sistemò
dietro con lui.
-Dove andiamo?- Chiese Miguel cercando di stare calmo, di solito ci riusciva. Ma in quel
momento sentiva troppe cose strane.
L’uomo vicino a lui lo osservò serio.
-Ora lo vedrai. È un locale. Lavorerai lì.-
-Che cosa farò, esattamente?- Insisté il ragazzo.
-Te lo diranno appena sarai sul posto. Adesso stai tranquillo e zitto. Il viaggio è lungo, rilassati,
Martinez.- Fece il guidatore che sembrava quello più impaziente.

***

Homer era in viaggio. Non vedeva l’ora di trovarsi al club.
Aveva tante energie da scaricare, sperò solo che questa volta la materia prima resistesse meglio.
Quello che era successo la volta scorsa, l’aveva infastidito parecchio. Di solito cercava di non
ucciderli, per non avere noie e lamentele da parte di Nino. Ma era difficile fermarsi in tempo. E
ogni volta questa sua devianza, era sempre più forte. Più incontrollabile.
Mentre le luci della città cedevano il passo all’illuminazione scarsa dall’autostrada, lui riaccese il
cellulare.
Osservò ancora la foto. Serrò le mascelle. Era proprio la fine del mondo, forse si sarebbe preso un
paio di giorni. Passò il grosso dito sul display. Sentì il suo membro indurirsi, l’avrebbe fatto
gridare. Forse… sicuramente l’avrebbe tenuto più a lungo degli altri. Sperò solo che fosse
resistente… tanto quanto bello.
Il modellino del figlio, in fondo, poteva anche aspettare.
***

Joe all’uscita dell’aeroporto, con il suo leggerissimo bagaglio, prese un taxi. Non amava le valigie,
di solito comprava quello che gli serviva sul posto.
Lasciò il borsone nell’albergo vicino l’aeroporto, constatò che la camera fosse come l’aveva vista
su internet, e ritornò al taxi.
Si sentiva libero e felice, forse troppo.
Già in quel breve viaggio aveva visto ragazzi brasiliani scuri e chiari che erano degni di nota.
Alcuni gli avevano persino sorriso. Ma doveva stare attento, molti si vendevano. E a lui piaceva
avere scelte libere davanti, senza l’ombra del commercio. Ma sentì il suo corpo come risvegliarsi,
dopo un lungo letargo. Per natura era dinamico e sempre pieno di energie, ma in quel momento
ebbe la sensazione di tornare ai tempi dell’università, dove sesso e godimento erano delle costanti.
Portò con sé solo i documenti, le carte di credito e il passaporto, dentro un piccolo marsupio
sistemato sotto la camicia. Lui aveva sempre viaggiato in posti anche molto pericolosi e aveva
preso l’abitudine di portare addosso sempre le cose fondamentali, se fosse successa qualcosa di
imprevisto.
Dal taxi osservò la città di Belo Horizonte. Era enorme e molto popolata. Aveva dei palazzi
altissimi abitati dai ricchi e, quasi attaccate come pulci, le famose favelas, dove viveva la
maggioranza della povera gente.
Ma prima di concedersi lo svago che tanto desiderava, voleva prima togliersi l’incombenza del
lavoro. Doveva solo prendere dei documenti, il giudice che era riuscito a contattare quella sera lo
aveva invitato in un club privato. Joe che amava conoscere tutto e tutti, sempre, ogni volta che
arrivava in un posto nuovo, lesse il luogo dell’incontro e si incuriosì parecchio.
«Club privato Leon D’oro.»
Un giudice presumibilmente, si disse, frequentava solo posto “in” e di classe.
Joe sospirò e si preparò a godere di ogni attimo.
***

Miguel vide da lontano delle luci tutte attorno ad una grande villa in stile neoclassico.
Insieme all’auto con cui era arrivato lui, arrivarono anche una grande limousine bianca e un taxi.
La limosine e il taxi presero postazioni diverse nel parcheggio, mentre l’auto con a bordo Miguel
si infilò in una specie di sotto passaggio al lato della villa.
Miguel immaginò che quello fosse l’ingresso riservato per il personale.
Era un locale strano, isolato, che sembrava frequentato da gente ricca. Oltre quella limosine bianca,
ne aveva viste altre.

***
Joe rimase impressionato dalla bellezza di quella villa.
All’ingresso un piccolo colonnato e parecchi gradini di marmo bianco che portavano dritti sotto a
un grande portico. Ebbe subito un flash. Sembrava una mini Casa Bianca. C’erano posteggiate tutte
attorno solo auto di lusso.
Da una limosine bianca, arrivata insieme a lui, era uscito un tizio che aveva avuto l’impressione di
conoscere, era alto e massiccio, dalla faccia all’apparenza dura e incazzata.
Non gli venne il nome, in quel momento, ma era sicuro che fosse qualcuno di noto.
Lui e il tizio dall’aspetto e il modo di fare arrogante, si ritrovarono insieme all’ingresso.
Dentro che era uno spettacolo di sfarzo, Joe poté osservarlo meglio.
Un uomo alto, vestito elegante, venne incontro a loro. Ma ignorò lui, per sorridere al gigante
vestito di bianco.
-Signor Nesciville è un onore per noi averla, di nuovo, al Leon D’oro.-

Joe ebbe un flash.
Quel nome ricorreva spesso negli incartamenti per i processi cosiddetti “class action”, azioni legali
di tanta gente che si univa in un’unica gigantesca denuncia collettiva contro chi provocava un
qualsiasi danno alla comunità o causava inquinamento di terreni agricoli o alle falde acquifere. E
le cause a suo carico, erano sempre legate a problemi provocati dagli indiscriminati scavi
petroliferi della Nesciville e Company. Centinaia di persone negli anni l’avevano denunciato. Ma
in un modo o in un altro, Homer Nesciville, ne era uscito sempre pulito.
Thomas per un soffio, un po’ di anni fa, non aveva ottenuto per lui un mandato per un processo
proprio a carico del petroliere. Ma il potenziale cliente, denunciante, si era improvvisamente
ritirato, per cause a loro ignote. Per Joe sarebbe stata una bella prova. Una bella sfida per la sua
carriera di avvocato.

***

Poco distante dalla bella villa, un giornalista con una microcamera inserita dentro ad un bottone
della camicia, si stava preparando allo scoop della sua vita.
Romeo Felipe, giornalista quarant’enne, era stanco delle solite inchieste senza più sapore sullo
sfruttamento sessuale ai danni dei ragazzi brasiliani ad opera di turisti senza scrupoli. Erano ormai
notizie trite e ritrite. Ci voleva una scossa, un nome grosso, un nome che avrebbe fatto rumore.
Era arrivata quella telefonata anonima, come una manna del cielo. Una telefonata troppo dettagliata
e troppo precisa per essere una bufala.
E infatti la villa c’era, esisteva, e le auto di lusso la dicevano lunga sul tipo di ospiti. E poi come
locale era troppo isolato per non destare curiosità.
Romeo si decide appena vide arrivare tre auto, diverse, tutte assieme.
All’ingresso dei tipi alti e grossi facevano passare solo i soci e gli ospiti importanti.
Lasciò la sua auto parcheggiata parecchio lontano, dietro delle piante ad alto fusto, scese un piccolo
pendio che lo avrebbe portato al retro della villa.
Pochi minuti dopo arrivò al recinto di ferro che la circondava. Controllò che non fosse elettrificato
e che non ci fosse nessuno.
Romeo si arrampicò. Era cresciuto nelle favelas e sapeva destreggiarsi in ogni situazione.
Arrivato in cima ebbe un’amara sorpresa. Tre cani doberman gli abbaiarono ferocemente.
Pensò velocemente a cosa fare, prima che qualcuno sentisse i cani fare rumore. Non poteva
scendere da li. Tornò indietro e non appena rimise piede al suolo sentì arrivare delle persone.
Erano probabilmente i sorveglianti. Romeo si nascose dietro una roccia.
Due uomini in abito scuro calmarono i cani, con una torcia illuminarono i dintorni. Non vedendo
nulla decisero di andare via, ma i cani erano sempre li.
Romeo decise di cambiare strategia.

***

Miguel fu fatto scendere e accedere alla sontuosa villa da una porta annessa al seminterrato, il
sospetto che fosse la zona personale si confermò.
Da lì cominciava un piccolo corridoio che finiva con un ascensore . Sembrava però una seconda
uscita o entrata di emergenza, tutto dipendeva dalla intenzioni. Aveva un tastierino numerico di
fianco. Uno dei suoi accompagnatori digitò un codice e le porte scorrevoli si aprirono.
Insieme ai due uomini entrò per salire di piano. Lui aveva contato almeno tre livelli.
Osservava quei due strani uomini che sembravano sempre meno assistenti sociali.
Le porte dell’ascensore si aprirono e Miguel si ritrovò in un lungo corridoio con ambo i lati della
camere. Tutto era lusso e sfarzo. Dal parquet pregiato, alle porte bianche finemente decorate d’oro,
alle pareti ornate di quadri che non sembravano croste.
Miguel immaginò che dovesse fare il cameriere, o l’addetto ai piani.

Arrivati davanti alla stanza numero 126, i due gli fecero segno di entrare.
Miguel trovò strano che lo facessero lavorare subito, aveva pensato che prima sarebbe passato dalla
sala personale per conoscere il caposervizio e avere la divisa e spiegate le sue mansioni. Ma
invece quei due lo fecero accomodare nella stanza più lussuosa, che i suoi giovani e inesperti occhi
avessero mai visto.
Dentro sul grande letto c’erano dei vestiti.
-Cambiati. Metti queste cose. Subito per favore.- Fece uno dei due, indicando gli indumenti piegati
ordinatamente sul letto.
Miguel percepì un tono duro, senza nessuna possibilità di replica.
I due lo osservarono.
-Ma che razza di lavoro devo fare?- Fece cerando di stare tranquillo.
I due si fecero un piccolo sorriso tra di loro.
-Devi fare l’addetto all’intrattenimento. Tra poco avrai il primo compito. Devi solo essere gentile e
disponibile con il cliente.- Fece quasi ridendo uno dei due.
-Cosa? Che storia è questa?-
-Se non ti dai da fare subito, io e lui facciamo rapporto … e la tua borsa di studio va a puttane.
Ok?-
Miguel trovò insolito e volgare quel modo di fare, avrebbe protestato con il direttore per quello
strano incarico.
I due lo guardarono seri stavolta.
-Avanti ragazzo. Prima ti cambi, e prima ti faranno vedere cosa devi fare.-
Ma Miguel non poté replicare. I due uscirono quasi di corsa chiudendo la porta.
Lui portò le mani in viso e pensò a quello che aveva appena sentito “addetto all’intrattenimento.”
Poi si guardò in giro, ed era impossibile che quella meravigliosa stanza fosse la sua. Ma allora
perché portarlo lì? E perché non era nella sala addetta al personale?
Scosse la testa, si sedette sul letto. Si alzò poco dopo, si sentiva inquieto.
Prese quei vestiti. Sembravano costosi. Sospirò alzò le spalle, si disse che ormai era lì e doveva
collaborare. Dentro la stanza c’era un’altra porta. L’aprì e rimase di stucco, dentro sembrava un
sogno. La doccia multifunzione era enorme, ma c’era anche una grande vasca di rame dalla forma
antichizzata. Rubinetti e mattonelle erano finemente decorate in oro.
Deglutì, ma che posto era quello? Disse fra sé e sé . Osservò quei vestiti e tutto il resto.
Scacciò dalla testa il sospetto numero uno che aveva. Non poteva essere, contro la sua volontà, poi.
Entrò in bagno, si chiuse a chiave, e decise di cambiarsi.
***

Homer fu fatto accomodare nella saletta principale, gli fu offerto un ottimo brandy. Aveva chiesto
di salire subito per cominciare quella sua tanto desiderata serata, ma gli fu detto che il suo
intrattenimento arrivava da lontano e che ancora non era pronto. Homer decise che quella dolce
attesa sarebbe servita per rendere tutto molto più eccitante, anche se a lui per natura non piaceva
aspettare.

***
Joe fu accolto con meno cerimonie, seppur gentilmente.
L’atteggiamento dell’uomo però mutò leggermente appena Joe si presentò, dicendo che era lì per
incontrare il giudice Alfonso Cordillo.
Anche a lui fu offerto un buon liquore. Il giudice non era ancora arrivato.
Si guardò attorno. Era tutto sfarzo e lusso. Chissà che razza di attività si svolgevano lì dentro. Non
era un albergo, di certo non un motel. Allora? Tutto quello solo per far riunire ricchi uomini
d’affari? No, si disse. Lì dentro, aveva il sospetto, c’erano sicuramente intrattenimenti diversi.

Ma si sarebbe aspettato escort e modelle, che magari avrebbero allietato la vista e l’umore di quei
ricconi. Invece aveva visto passare solo ragazzi giovani, molto carini, che l’avevano visto e gli
avevano sorriso. Joe era lì per lavoro, ma qualcuno di quei ragazzi era davvero notevole.
Ma, si disse, non era un posto adatto a lui.
Preferiva avere, se proprio capitava, avventure spontanee. Non voleva pagare per avere il corpo di
un bel ragazzo. Lui era ancora abbastanza piacente per conquistarselo da solo.
E poi non avrebbe avuto gusto e soddisfazione se la persona che si offriva lo faceva per soldi. Lui
doveva piacere per quello che veramente suscitava nell’altro.
Osservò Homer Nesciville sorseggiare il suo brandy. Molti ragazzi gli avevano sorriso. Ma lui
sembrava concentrato sul suo telefono. Beveva e osservava una foto.
Da quella distanza Joe non poteva vedere. Homer lo beccò che guardava curioso.
Il petroliere gli fece segno di saluto con il bicchiere. Aveva un aria di qualcuno che aspetta
trepidante qualcosa di bello.
A Nesciville si avvicinò l’uomo tutto impettito che l’aveva accolto prima. Homer si alzò quasi di
scatto come se non vedesse l’ora di andare a prendersi il suo premio.

Joe vide arrivare dalla porta principale un uomo sulla sessantina.
Capì che era sicuramente il giudice Cordillo.
-Mi scusi del ritardo, ma per sganciarmi dagli impegni non sapevo proprio come fare.-
Joe strinse la mano al giudice.
-Non si preoccupi. Se mi da quei documenti, io la lascio subito libero.- Fece indicando il posto.
Cordillo rise.
-Grazie, ma ho tutto in camera, dovrebbe seguirmi. Io pernotto qui ogni tanto, da tre giorni che mi
godo Villa Leon. E so che il suo cliente l’ha invitata qui apposta. Ma non per far comodo a me. Mi
ha chiesto di riferirle che le regala una notte in quest’incanto. Per ringraziarla.-
Joe fu colto alla sprovvista. Ma non poteva rifiutare la cortesia di un cliente, che aveva persino
trovato un giudice complice e compiacente, che gli offriva il viaggio in Brasile e che pagava
duemila dollari all’ora come parcella.
-Grazie ma… non doveva.-
Il giudice lo guardò bene. Sorrise.
-Lei è proprio un bell’uomo, sa? Me lo dicevano che era piacente, ma la realtà ha superato la
fantasia.-
Joe si sentì un po’ a disagio. Fece capire però che lui non poteva rifiutare la cortesia del suo cliente,
ma le avance di un vecchio giudice, erano fuori questione.
-Sono lusingato, ma dopo tante ore di volo voglio solo dormire. Qui si può? Ho devo per forza
avere compagnia?- Joe cercò di non essere scortese.
Cordillo capì che non c’era trippa per gatti, sospirò, puntò poco dopo un giovane moro, molto
giovane e carino, che poteva benissimo venirgli nipote.
-Capisco, le do ragione, anche io dopo un lungo volo mi congedo sempre belle dormite. Comunque
se saliamo in camera la libero. Poi parlerò con il direttore del Club e la farò condurre nella sua
camera.-
Intanto il ragazzo, con una certa luce di tristezza nello sguardo, si avvicinò. Poteva avere al
massimo vent’anni.
Sorrideva e cercava di essere carino, ma Joe colse una profonda tristezza nei suoi grandi occhi
nocciola.
Cordillo invece lo osservava con cupidigia. Joe ebbe un repulsione per quel giudice. Il suo cliente si
era fatto fregare per il fatto di essersi scopato un sedicenne, ed aveva solo trentotto anni. Ma il

giudice faceva ancora più schifo. Era vecchio e tutto rattrappito e avrebbe usato il corpo giovane e
fresco di quel ragazzo, senza ritegno.
Cordillo diede la chiave della stanza al ragazzo. Si erano capiti solo con lo sguardo. Questo sorrise,
accennò un saluto a Joe.
Il giovane andò via per primo.
Cordillo nel frattempo stava parlando con il direttore della villa.
Homer Nesciville sembrava impaziente e infastidito per tutte quelle chiacchiere.

***

Miguel aveva indossato tutto quello che c’era sul letto. Aveva messo un morbido pantalone di lino
blu, una camicia di seta color oro, troppo appariscente per i suoi gusti. I suoi vestiti, un jeans e una
maglietta, li aveva piegati per bene e messi su un mobile in bagno. Doveva solo trovare un
sacchetto per poterli trasportare. Uscì dal bagno e si specchiò nel grande armadio di fronte al letto.
Stava bene, sembrava un modello. Il colore della camicia sin armonizzava con la sua bella pelle
ambrata e i capelli biondi.
Il suo corpo alto, slanciato e asciutto veniva esaltato alla perfezione. La cosa strana era che i vestiti
erano della misura giusta.
Sorrise alla sua stessa immagine, ma la risata dopo un po’, gli morì in viso. Aveva ancora un
tremendo sospetto. Sentì arrivare qualcuno.
Sbucò un uomo vestito di scuro. Lo osservò e fece cenno con la testa.
-Preparati, arriverà un cliente. Comportati bene. Gentilezza e… fai solo quello che ti chiede.-
Miguel gli si avvicinò.
-Mi scusi… io vorrei sapere che cavolo devo fare. Insomma che significa “addetto
all’intrattenimento?” che devo fare ?”-
L’uomo lo osservò un attimo, accennò un sorriso. Gli si avvicinò, e gli poggiò una mano sulla
spalla.
-Tesoro. Tu fai quello che dice il cliente. Punto e basta. Se farai il bravo, avrai soldi e privilegi, ok?-
Miguel si morse il labbro. Voleva vederci chiaro.
-Mi scusi, mi faccia parlare con il direttore del personale.-
L’uomo fece una faccia severa.
-Tu stai qui e fai il bravo. Il cliente a momenti arriva.-
Miguel scosse la testa. Adesso cominciava davvero a preoccuparsi.

***

Joe, il giudice, il direttore e Homer Nesciville entrarono nell’ascensore.
Cordillo osservava ogni tanto Joe con interesse, Nesciville li osservava entrambi con un sorrisetto.
Arrivati al piano le porte scorrevoli si aprirono, il cellulare di Homer cominciò a squillare.
Aveva dimenticato di spegnerlo, ma vide che era la sua segretaria che mai avrebbe osato disturbarlo
se proprio non fosse stato necessario. Infastidito, rispose.
Si allontanò dal piccolo gruppo parlando agitato.
Joe capì solo le prime frasi
“Cazzo… come scoppiato? No, ora non vengo nemmeno se ci fosse in atto uno sterminio di
massa. Devo fare una cosa. Domani all’alba riparto. Merda!”
Nesciville si allontanò troppo per sentire altre frasi.
Il direttore della villa, con un finto sorriso, diede a Joe la chiave magnetica della stanza numero
125. Cordillo stava alla numero 124.

Perfetto, si disse Joe, lo scimmione in calore e il vecchio depravato lo avrebbero avuto nel
mezzo.
Dalla porta 126 uscì un uomo vestito di scuro. Si guardò con il direttore della villa.
Entrambi si allontanarono per parlarsi. Sembravano, nel modo di atteggiarsi, parecchio preoccupati.
Cordillo aprì la sua porta. Joe intravide il giovane di spalle disteso di fianco al letto, indossava solo
dei boxer di seta neri. Ebbe pena per quel giovane.
-Avvocato Stevenson, entro solo un secondo per prendere i documenti … e la lascio andare.-
Joe fece di sì con la testa.
Era rimasto da solo, di fronte alla sua porta.
Quando all’improvviso dalla camera destinata a Homer Nesciville uscì un ragazzo che lo lasciò
senza fiato.
Joe lo guardò restando a bocca aperta.
Gli occhi verdi, grandi e limpidi del giovane alto e biondo, osservarono quelli sbalorditi di Joe.
Joe sentì il suo cuore fare un balzo. Non aveva mai visto un ragazzo così bello. Ma sembrava
spaurito proprio come il giovane nella camera di Cordillo.
-Ehi… wow. Ciao!- Fece Joe in portoghese, restando quasi senza fiato. Ecco perché Homer
Nesciville era così impaziente. Lo aspettava quello spettacolo della natura. Joe non comprendendo
il perché, ne fu subito tremendamente geloso.
-Come ti chiami?-
Il giovane si rilassò un po’, quel signore sembrava cordiale. Gentile e di bell’aspetto, nonché fine
e molto curato.
-Miguel Martinez.-
-Ciao Miguel. Quanti anni hai?-
Joe non riusciva a distogliere lo sguardo dal viso del giovane. Ma anche il fisico asciutto e tonico,
lo colpì. Era davvero speciale. Sentì nascere una forte corrente, una potente attrazione. L’avvocato
più temuto d’America sentì fremiti incredibili in tutto il corpo.
-Diciotto da poco, ma… è lei che devo servire?-
Il tono delicato e garbato del ragazzo colpirono al cuore Joe Stevenson, detto Shark One, l’uomo
che si prendeva sempre quello che voleva e non si piegava mai davanti a niente.
Joe gli sorrise, stava cambiando idea sulla questione “amore a pagamento.”
Si sorrisero. Gli occhi grandi e smarriti del ragazzo lo assorbirono completamente.
Miguel trovò quel volto rassicurante.
-Sono disorientato, è tutto nuovo per me…-
Joe deglutì, era la prima volta che restava senza parole. Quel ragazzo l’aveva stregato. Joe non
riusciva a togliergli gli occhi di dosso.
-Lavori qui da molto?-
Ma il giovane che stava per aprire di nuovo la bocca per parlare, fu fatto entrare in malo modo
dall’uomo che aveva parlato prima con il direttore.
Joe serrò le mascelle, lo conosceva da pochi minuti, ma sentì un senso di protezione assurdo,
incontenibile e irragionevole.
L’uomo che aveva spinto dentro Miguel, prendendolo dal petto, lo guardò arrabbiato.
-Ho detto che devi aspettare qui dentro…-
Joe sentì il tono adirato dell’uomo. Ma sentì anche la voce del ragazzo che supplicava di parlare con
la direzione. Si stropicciò le mani. La ragione gli diceva di farsi gli affari suoi. Il cuore invece
suggeriva di entrare li dentro, prendere Miguel con sé… e portarselo nella sua stanza. Solo per
proteggerlo da chissà che cosa. Un’ansia che non conosceva si impossessò di lui.

***

Miguel si sentì scosso dalla reazione di quella specie di guardia del corpo. Pensò agli occhi
nocciola e al viso bello e rassicurante che aveva visto in corridoio.

Dunque quell’uomo dal bell’aspetto non era la persona che doveva arrivare.
In quel momento si sentì come sequestrato.
L’uomo vestito di scuro, nervoso perché aveva dimenticato di chiudere la porta, l’aveva
rimproverato perché era uscito dalla stanza.
-Ma che storia è questa? Perché non posso uscire e parlare con il direttore del personale?-

***

Joe sentì il tono di supplica di Miguel e si stranì. Il ragazzo sembrava spaventato e agitato. Provò
una strana inquietudine. Gli venne una stretta alla gola. Osservò arrivare Homer nero in viso,
nervoso per la telefonata. E poi fece due più due. Quel ragazzo rischiava un bel trauma. Quello
sembrava un animale feroce e in calore. Il ragazzo invece sembrava così indifeso.
Il direttore intercettò il suo prestigioso cliente petroliere, prima che entrasse nella stanza.
-Signor Nesciville, una sola precisazione, il ragazzo lì dentro è la prima volta che lavora per noi.
Abbia, se può, un attimo di pazienza. È di aspetto superbo… ma sta avendo problemi di
adattamento. Se solo avessimo avuto un paio di giorni… per farlo ambientare!-
Joe non riusciva a credere alle sue orecchie. Quella bestia sembrava tutto tranne che paziente e
comprensivo.
Homer lo guardò soddisfatto. Aveva detto a Nino di farglielo trovare in stanza completamente
impreparato. Voleva cogliere ogni briciola di paura in quello che reputava il più bel giovane
maschio visto finora. Homer Nesciville non riusciva a godere senza violenza. E quella sera ne
avrebbe usata tanta.
Il petroliere prese sotto braccio l’inquieto direttore. Quell’uomo era davvero un gigante.
-Dopo tutto quello che ho sborsato… me la vedo io… glielo do io l’adattamento!- Fece toccandosi
il pene. Homer sorrise ai presenti e mollò il braccio del direttore.
Joe schifato e spinto da una razione improvvisa, quasi disperata, gli si parò davanti.
-Un patto signor Nesciville… tutto quello che ha sborsato per il ragazzo… lo pago io a lei, il
doppio. Lo lasci a me.-
Homer lo guardò sorridendo. Il direttore pallido come un lenzuolo intervenne.
-Avvocato Stevenson … abbiamo altri giovani, se vuole. Non si intrometta, per favore. La sua
stanza è pronta. Vada la prego.-
Ma Joe era impegnato a sostenere lo sguardo cattivo e un po’ incazzato di Homer.
-Levati di torno avvocato. Quello lì dentro lo tranquillizzo io, a modo mio. Quella è merce pregiata,
che solo io mi gusterò, chiaro?-
Joe spiazzato cercò di farsene subito una ragione, anche se provò qualcosa di indefinito tra
l’angoscia e la preoccupazione.
Nesciville lo vide ammutolirsi, sorrise soddisfatto e fece per entrare. Joe con i nervi a fior di pelle
lo bloccò per un braccio. Constatò che quell’uomo aveva la possanza di un toro scatenato.
-Ci vada piano… è solo un ragazzo. Mi sembra disorientato.-
Homer si liberò con violenza e lo prese per la camicia.
-Ora mi hai rotto il cazzo, avvocato. Io ho pagato fior di quattrini e, lì dentro, io mi divertirò come
mi piace. Ok? Ma soprattutto, non sono fatti tuoi. Osati di nuovo a toccarmi, e ti faccio la pelle.
Ok, fighetto americano?-
Joe serrò le mascelle e stava per reagire, ma si mise di mezzo l’uomo che era uscito dalla camera
numero 126.
Poi intervenne il direttore per calmare i due clienti.
-Per favore signori… su, per cortesia …- Fece.
Poi l’uomo vestito di scuro, osservando un attimo il collega, fece la sua proposta.
-Avvocato… di sotto abbiamo ragazzi altrettanto belli ed interessanti. Venga con me. Offre la
casa.-

Ma il cuore di Joe, pensava al quella meraviglia dentro la stanza numero 126, che presto avrebbe
subito l’ira e la violenza di quell’animale.
-No. Non voglio nessuno. Vado a dormire. È tutto assurdo!-
Detto ciò guardò male Nesciville e i due uomini dell’albergo.
Nello stesso istante uscì Cordillo dalla sua stanza con una grande busta gialla.
-Ecco avvocato Stevenson. Con questi documenti il suo cliente e mio amico sarà fuori dai guai
prestissimo.-
Joe la prese e salutò anche lui con freddezza.
In altri casi sarebbe andato via da lì, ma qualcosa gli disse di restare e controllare che quella bestia
non ammazzasse Miguel. Osservò la busta e si congedò da tutti.
Il direttore e l’uomo della sicurezza fecero un sospiro di sollievo.
-Quello è Joe Shark. Lo Squalo d’America. C’è da andarci piano.- Disse sotto voce il direttore al
sorvegliante.
Nesciville, che era vicino, li udì e li osservò infastidito.
-Io a quello me lo mangio a colazione. Fate in modo che non mi stia più attorno. O qui non metterò
più piede, ok?-
I due deglutirono, dovevano fare in modo che quei due non si incontrassero più. Uno era un ricco
petroliere che sganciava denaro, senza limiti, per passarsi tutte le voglie. L’altro era l’avvocato più
temuto d’America.

***

Romeo approfittò dell’arrivo di una lussuosa auto nera per entrare un attimo prima che il grosso
cancello automatico si chiudesse. Aveva rischiato di farsi schiacciare, ma ormai era dentro.
E come se nulla fosse puntò al seminterrato. Avrebbe cercato di entrare dalla zona personale.
Scese un po’ e poi svoltò obbligatoriamente a destra. Si trovò un ascensore davanti. Accanto c’era
un piccolo quadro.
-Merda!- Disse, ci voleva un codice per accedere.
Alle spalle sentì arrivare della gente.
Respirò a fondo e cercò di essere più naturale possibile. Aveva bisogno di una buona scusa.
Arrivarono due ragazzi scortati da altrettanti uomini, vestiti di scuro. Romeo si morse il labbro.
I due che sembravano sorveglianti lo osservarono seri.
-Chi è lei?- Fece uno dei due.
Romeo fece correre velocemente il cervello.
-Io? Sono… un tecnico informatico. E mi hanno detto che in direzione ci sono dei problemi ai
computer.-
L’altro lo guardò male.
-Ha sbagliato ingresso, mi sa!-
Uno fece segnale all’altro.
-Tu va con i ragazzi, di sopra. Io accompagno il “signor informatico” dal direttore.- Fece il
sorvegliante con tono ironico.
Romeo seguì fingendo sicurezza l’uomo vestito di scuro.
I due ragazzi che invece seguirono l’altro sorvegliante, lo guardarono spaventati. Quei due
sembravano andare al patibolo. Romeo con la sua microcamera intanto registrava tutto. E stette
girato giusto il tempo per vedere l’uomo imponente e dall’aspetto cattivo, prendere per le braccia i
ragazzi e spingerli, senza riguardo, dentro l’ascensore.
Romeo seguì l’uomo fino all’ingresso principale.
Appena al piano, il sorvegliante, fece segnale a un altro collega che si avvicinò.
-Tieni compagnia al signore, io vado a cercare il direttore. Non farlo muovere da qui.-
Tra i due ci fu uno sguardo di intesa.
Il giornalista osservò l’ambiente. Era tutto ben curato, l’arredamento molto ricercato. Tutto indicava
ricchezza, sfarzo: dai vasi di costosa fattura orientale, ai quadri di autori noti.

Passarono da lì i ragazzi che aveva visto poco prima nel seminterrato. Avevano entrambi il viso
pallido. Quello dai capelli rossicci aveva persino le lacrime agli occhi. Romeo ebbe la tentazione
di andargli incontro e fargli qualche domanda, ma l’uomo scelto per sorvegliarlo non lo perdeva
di vista.
Rifletté un attimo, doveva liberarsi da quell’impedimento, subito!
-Io dovrei andare in bagno. Mi dice per cortesia, dove si trova la toilette?-
L’uomo, infastidito, gli indicò la porta di fronte.
-Faccia presto per favore, io sto fermo qui che l’aspetto.-
Romeo accennò un sorriso.

***
Miguel con gli occhi lucidi si era chiuso in bagno, a chiave.
Con le braccia tese sul lavandino, cercò di fare il punto della cavolo di situazione, in cui si trovava.
Come c’era finito lì dentro?
Possibile che ci fosse stato uno scambio di persona?
Possibile che il direttore Peralio l’avesse mandato apposta lì dentro?
Sentì ad un certo punto aprirsi la porta. Stavolta doveva essere il cliente.
Respirò a fondo. Con le buone lui avrebbe spiegato il malinteso, era sicuro che chiunque fosse
avrebbe capito lo sbaglio e l’avrebbe lasciato andare.
***

Homer mise la mano sulla maniglia e aprì di scatto, sicuro di sorprendere il giovanotto biondo che
l’aspettava dentro. Ma osservò che la stanza era vuota. Però sentì scorrere l’acqua del lavandino.
Sorrise e si chiuse alle spalle la porta con la combinazione numerica che solo lui conosceva.
Andò dietro la porta del bagno. Si sentiva più eccitato che mai, la notizia dell’esplosione al pozzo,
e lo scontro con l’avvocato, l’avevano caricato per benino.
Bussò.
-Ehi… biondino, esci da lì. Sono desideroso di conoscerti.- Disse cercando di stare calmo e non
farlo spaventare subito.

***

Miguel si diede una rinfrescata al viso per far passare il rossore agli occhi prima di chiarire
definitivamente quell’equivoco con la persona che era appena entrata.
Poi però sentì bussare, e udì una voce forte, decisa. Il suo atroce sospetto ebbe totale conferma. Il
ragazzo prese coraggio e inspirò più aria che poté.
Tutto si sarebbe risolto e chiarito.

***

Joe si tolse la giacca e la cravatta. Toccò il piccolo marsupio sotto la camicia. Prima di spogliarsi
voleva dare un occhiata alle carte che gli aveva dato Cordillo.
Appoggiò l’orecchio alla parete, aveva terrore di sentire le proteste del ragazzo. Ma non sentiva
nulla.
“Meglio così’”, si disse, dopotutto quel ragazzo aveva scelto una via facile di guadagno e nella
maniera più pericolosa e indegna possibile. Ben gli stava, in fondo.
Bello com’era poteva cercare di farsi notare da qualche agente pubblicitario, e non cercare soldi
facili, prostituendosi.

Però non riusciva a togliersi i suoi occhi verdi dalla testa e il bel viso smarrito e disorientato che
aveva ammirato. Miguel Martinez. Che bel nome, pensò.
Forse domani avrebbe potuto conoscerlo meglio. Ma poi scosse la testa, divertito dal suo stesso
improvviso desiderio. Si morse le labbra, non poteva cedere al sesso a pagamento.
No, si disse, quella meraviglia era purtroppo compromessa ai suoi occhi.

***
Romeo si chiuse in bagno. Osservò le possibili vie di fuga.
Notò una porta socchiusa che conteneva gli attrezzi per la pulizia, con i relativi carrelli e dei
camici da inservienti.
Ebbe una fulminea intuizione. Sorrise e si preparò per bene.
L’uomo che l’aspettava fuori perse la pazienza, erano già dieci minuti che quel tizio aveva chiesto
di andare in bagno.
Decise di entrare, ma nello stesso istante uscì un inserviente che quasi lo aveva travolto con il
carrello delle pulizie.
-Ehi… scemo! Attento!-
Ma l’inserviente in una lingua straniera si scusò e corse via mortificato.
L’uomo lo osservò infastidito, ed entrò in bagno.
-Ehi, lei… si sente bene?-
Ma non ricevendo risposta cominciò ad aprire le porte dei vari bagni. Lì dentro sembrava non
esserci nessuno. Poi ebbe un colpo. In realtà non aveva visto entrare nessun inserviente in bagno.
Era stato fregato per bene, uscì di corsa ad allertare i suoi colleghi, era appena entrato un intruso.

***

Romeo ridendo sotto i baffi, fingendosi un inserviente straniero, abbandonò poco dopo la divisa e
il carrello in un angolo e prese l’ascensore per recarsi al piano delle camere.
Una in particolare gli interessava, la numero 126.
***

Miguel aprì la porta e uscì. Si trovò davanti un gigante altissimo, grosso e dallo sguardo cattivo.
L’uomo gli sorrise, si avvicinò a due centimetri da lui. Allungò una mano e toccò i soffici e setosi
capelli biondi.
-Wow! Che meraviglia. Ancora meglio di presenza che in foto. Bravo Nino.- Fece sentendosi
eccitato.
Inserì le sue grosse dita ai lati del volto, fra i folti capelli. Strinse un po’ e avvicinò la testa del
ragazzo alla sua.
-Ciao biondino. Ti sei fatto attendere. Eh?-
Miguel sentiva che quel tizio sarebbe stato poco amichevole.
-Ahia… mi fa male, sa?- Fece sgomento il ragazzo sentendosi quasi strappare i capelli.
Homer rise e si passò la grossa e disgustosa lingua sulle labbra.
Miguel sentì il suo cuore accelerare i battiti, l’uomo che aveva davanti non sembrava normale e,
dalla mole, doveva anche essere pericoloso.
-Senta, c’è un’ errore. Mi dispiace, hanno sbagliato persona. Lei sicuramente aspetta un altro
ragazzo, perché io qui dentro non centro niente. Non sono qui per “intrattenere” nessuno. Dovevo
solo fare tirocinio…-
Homer lo osservava avido. Le mani continuavano a stringere i capelli. Poi ne abbassò una e
cominciò a accarezzare il viso e successivamente il collo. Poi mollò i capelli e usò tutte e due le
mani. Miguel sembrava come paralizzato.

-Sei proprio bello… e non c’è nessuno sbaglio. Ti ho comprato a caro prezzo. È tanto che aspetto
di conoscerti. Ma devo dire che ne è valsa la spesa. Sei la fine del mondo.-
Miguel sentì delle parole assurde. Per quelle carezze avvertì repulsione e disagio.
Cercò di allontanarsi, ma l’uomo lo incastrò fra la porta del bagno e il suo massiccio e enorme
corpo. Premeva su di lui. Il ragazzo sentì il grosso gonfiore dell’uomo fra le gambe e provò un
forte senso di schifo.
-Senta le dico, le ripeto… che io non sono quello che spettava.- Il tono era quasi disperato.
L’uomo all’improvviso gli baciò il viso, per poi passare al collo. Miguel con gli occhi chiusi e
con il viso messo di lato per evitare che baciasse la sua bocca, cercò di non urlare. Da solo, contro
quella montagna umana, non aveva speranze di farcela.
Homer si sentiva eccitato come non mai. Quel ragazzo aveva la pelle ambrata, profumata in modo
delicato, sembrava fatta di seta. Lo sentì tremare di paura e si eccitò al massimo. Ad un certo
punto gli prese il viso con la forza, portandolo al centro, di fronte al suo.
Il suo massiccio corpo non dava spazio di azione al ragazzo.
-Mi lasci, io non sono quello che crede, ok?-
Homer sorrise e, all’improvviso e con violenza, gli baciò le labbra, Miguel cercò di spingerlo via,
ma era troppo grosso.
Homer, invece che mollare, cercò di introdurre la lingua dentro la bocca del ragazzo.
Miguel reagì d’impulso, mordendo il labbro grosso e sgraziato dell’uomo.
Homer provò dolore, si scostò solo un attimo portando le mani alla bocca, vide sgusciare via il
ragazzo in un attimo. Era sveglio e reattivo, “bene!” si disse eccitato come mai prima di allora.
Dalle labbra sentì il sapore del suo stesso sangue.
Si caricò ancora di più.
-Ora ti faccio male… voglio assaggiare, il tuo di sangue.-
Miguel capì che all’uomo non importava in fico secco delle sue proteste.
-Io chiamo la polizia. Ha capito? Mi lasci andare!-
Homer si tolse lentamente la camicia, fissandolo con bramosia.
Miguel si avvicinò alla porta, ma la maniglia girava a vuoto. Con orrore ricordò che occorreva la
combinazione. Era chiuso dentro quella stanza con un mostro gigantesco che voleva violentarlo.
-É sordo forse? Ho detto che la denuncio. Mi lasci andare.-
Miguel ebbe l’impressione che le sue parole disperate lo eccitassero di più.
Homer si tolse i pantaloni. Dal boxer premeva un grosso membro che sicuramente gli avrebbe fatto
tanto male. Miguel doveva inventarsi qualcosa per salvarsi. Sembrava un incubo senza via d’uscita.

***

Joe era seduto sul letto, stava cercando di leggere i documenti che Cordillo gli aveva consegnato.
Ma mancava di concentrazione. Gli parve di sentire gridare.
Si mise le mani alle orecchie per cercare di distrarsi.
Non erano affari suoi se quel ragazzo si era venduto e poi aveva cambiato idea, e gli era capitato
quel mostro.
Ma allora perché si sentiva così irrequieto, e stava così male?
All’improvviso sentì un tonfo alla parete e delle urla ovattate che sembravano del ragazzo.
Joe strinse i pungi e cercò di dominarsi. Sarebbe entrato dentro la stanza per dare quattro calci nel
sedere a quel bisonte.
Aspettò, magari era un giochetto pesante tra i due, e tra poco si sarebbero calmati. Pensò al bel
corpo armonioso e tonico del ragazzo, sotto quello massiccio e sgraziato del petroliere.

***

Miguel scampò al primo agguato, sfuggendo per un pelo alla forte mano di quell’uomo che lo
voleva a tutti i costi. Ma gli fu fatale inciampare e finire per terra dopo essersi scontrato con un
piccolo poggia piedi che lì vicino.
Homer gli fu subito addosso, cercando di baciarlo. Tutto si trasformò in una lotta corpo a corpo.
Homer si aspettava meno forza dal ragazzo. Era snello, ma aveva una buona muscolatura.
E anche se lo sovrastava, il ragazzino stava opponendo una stoica resistenza.
Si vide costretto a dargli diversi pugni sul viso, e alcuni allo stomaco per farlo stare un po’ più
buono.
Il ragazzo sanguinante dal naso e piegato in due dal dolore, cedette un attimo. Ma bastò solo quel
secondo per dare modo a Homer di strappare la camicia e sbottonare con violenza i pantaloni.
Lui lo vide riprendersi e gli diede un altro pungo al viso e allo stomaco.
Miguel stava perdendo forza, era stremato e dolorante. I forti colpi lo avevano stordito. Sentì che
Homer gli aveva strappato di dosso gli slip.
Miguel afferrò il filo del lume sul comodino, cercò di colpire Homer alla testa, ma l’uomo
intercettò in tempo l’oggetto e lo scagliò con rabbia alla parete.
-Non ti arrendi vero? Sì, forza bello… ti scoperò ragazzino, fino a ridurti male.- Gli gridava nelle
orecchie per terrorizzarlo. Miguel sentiva le sue forze venire meno.
Homer credendolo ormai arreso, lo afferrò per le braccia e lo sollevò, voleva portarlo sul letto.
Miguel si riprese un attimo, sentì le gambe libere e sferrò una pedata sopra l’inguine del suo
aggressore.
Homer lasciò la presa, per poco non gli aveva preso in pieno le palle.
Miguel nudo e dolorante piombò a terra e, usando le ultime forze, andò alla porta e gridò “aiuto”
con il poco fiato che aveva in gola.
Homer gli piombò addosso prendendolo a pedate. Miguel si mise rannicchiato per evitare che lo
colpisse alla faccia e hai punti vitali. Homer con i piedi nudi si stava facendo male a sua volta.
Furioso lo prese per i capelli e lo trascinò verso il letto. Miguel gridò disperato, sentiva che gli stava
strappando il cuoio capelluto.

***
Joe si mise a passeggiare avanti e indietro nella stanza.
Le urla erano di dolore e violenza. Non sembrava un giochetto spinto e consensuale. Il ragazzo
gridava troppo per essere una recita.
“Basta, cazzo!”
Strinse le mascelle e i pugni, uscì dalla stanza.
***

Romeo era finalmente arrivato al piano dove avvenivano tutti gli incontri e i rapporti tra clienti
ricchi e i giovanissimi sfortunati schiavi del sesso.
Passò vicino le porte per cogliere qualche rumore. Dietro alcune sentì ansimare e gridare di
piacere. Provò repulsione non per i rapporti omosessuali in sé, ma per il commercio di poveri
giovani innocenti. Seguiva quell’inchiesta da tempo, ma mai avrebbe immaginato che
l’organizzazione fosse così potente.
Poco distante vide uscire un uomo sulla quarantina dal fisico asciutto e slanciato. Il tizio si era
fermato davanti una porta, e aveva un aria arrabbiata.
Si avvicinò. Era la camera che puntava anche lui. La numero 126.

***

Joe temette il peggio.
Dentro, dopo le urla disperate del ragazzo, adesso c’era silenzio. Si appoggiò alla porta per capire
cosa stesse succedendo e, a costo di farsi picchiare a sua volta, doveva accertarsi che il ragazzo
fosse ancora tutto intero.

Homer aveva trascinato Miguel sul letto, in mano gli erano rimasti parecchi capelli biondi.
Gli salì sopra e per farlo tacere e stare fermo, gli diede un paio di potenti pugni sul viso, e poi gli
mise le mani nella gola. Solo così riuscì ad avere un po’ di silenzio. E poi vedere il suo viso rosso,
contratto dal dolore, lo stava eccitando enormemente. Con una mano strinse il collo, con l’altra
cercò di sollevare le gambe del ragazzo per poterlo finalmente penetrare.
Miguel sentì mancargli l’aria, cominciò a non sentire e a non vedere più. Poi il buio si impossessò
di lui. E svenne.
Homer, ansimando come un bufalo in calore, si rese conto troppo tardi che forse l’aveva
ammazzato. Il ragazzo non reagiva più. E questo lo deluse. Si sollevò un attimo cercando di
calmarsi. Quel ragazzo si era dimostrato molto forte, l’aveva fatto sudare parecchio.
Ma si stava divertendo, trovarne uno così resistente era risultato eccitante.
Toccando la carotide constatò con sollievo che era ancora vivo, ma era svenuto. Così il
divertimento era finito, non avrebbe avuto piacere a possederlo senza che vedesse il terrore sul
suo bel viso. Lo schiaffeggiò forte per farlo riprendere.
***

Miguel si sentì scosso sul viso, ed ebbe un risveglio traumatico. Vide il suo aguzzino sopra di lui.
Era riuscito a sollevargli le gambe e il suo pene grosso e dritto era pronto per penetrarlo. Ma anche
se intontito dal dolore e dalle botte, Miguel capì che non l’avrebbe violentato senza averlo visto
terrorizzato. Il suo aguzzino, aveva capito, si eccitava solo se vedeva la sofferenza sul volto della
sua preda.
Miguel scelse di stare fermo, era l’ultimo tentativo disperato per non farsi penetrare e violentare da
quell’animale.
Homer lo vide intontito e fermo, sentì il suo pene smontarsi. Allora lo afferrò di nuovo per la gola e
strinse. Miguel chiuse gli occhi e divenne rosso, ma non si mosse.
Homer gli gridò nelle orecchie.
-Ti ammazzo hai capito? Svegliati, o ti mando al creatore.-
Miguel non si mosse anche se l’aria ai polmoni cominciò a mancare. Sarebbe morto piuttosto che
farsi violentare come piaceva a quel mostro immondo.

***

Joe sentì minacciare di morte il ragazzo, mise la mano sulla maniglia, e constatò che era chiusa.
Si fece coraggio e bussò con violenza.
-Apri bastardo! Apri animale! Lascia quel ragazzo, porco!- Joe era fuori controllo.

***

Romeo sentì le parole dell’uomo straniero dai capelli brizzolati.
Gli si avvicinò di corsa.
-Ehi che succede?-

***

Joe vide arrivare un uomo sulla quarantina che non sembrava un sorvegliante.
L’uomo gli si avvicinò.
-Ehi amico che ti prende, perché non badi al tuo giovanotto?-
Joe lo osservò serio.
-Io non ho nessun giovanotto qui, chiaro?-
-Allora?-
Joe indicò la porta.
-Che succede? Qui dentro un ragazzo rischia di morire. Giuro che chiamo la polizia!-

***

Homer vide gli occhi del ragazzo chiudersi di nuovo, e lasciò in tempo la sua gola. Sotto le mani
aveva sentito il battito del cuore farsi sempre più debole. Non voleva un'altra morte sul suo conto.
Non che avesse avuto rimorso, non voleva semplicemente rinunciare ad averlo come desiderava. O
agli estremi, se il ragazzino fosse morto, lo avrebbero allontanato dal Club.
Guardò male il ragazzo svenuto, si disse che era troppo bello ed eccitante e che valeva comunque
la pena prenderselo . Si calò su di lui cercando di riprendere la durezza che aveva poco prima.
Si masturbò un po’ cercando di pensare alle cose più sconce che gli venivano in mente. Il suo
membro sembrò riprendersi. Si preparò, chiuse gli occhi, sollevò la testa. Con la mano puntò il suo
grosso pene al buco del ragazzo. Aveva deciso che per vendicarsi sarebbe entrato senza
inumidirlo, voleva vederlo sanguinare.
Ma appena si decise a penetrare quel bel pezzo di giovane, sentì bussare violentemente alla porta.
Sentì la voce incazzata dell’avvocato americano che, a quanto sembrava, aveva deciso di fare
l’eroe. Il suo pene sembrava essere a corrente alternata. Si era di nuovo afflosciato.
Si alzò furioso. Le gambe di Miguel ricaddero pesantemente sul materasso.
Homer serrò i pugni e le mascelle. Corse a rimettersi i boxer e i pantaloni. Il suo pene ormai aveva
abbassato la guardia, la serata era ufficialmente andata male. E qualcuno avrebbe pagato.

***
Romeo chiese il suo nome. L’avvocato era davvero nervoso.
Quando seppe chi si trattava, ebbe un colpo. Quello era Joe Shark, lo Squalo. L’avvocato più
temuto d’America.
Il giornalista comprese che quell’uomo voleva salvare un’ennesima povera vittima di Homer
Nesciville. Lui con la sua microcamera stava riprendendo il viso preoccupato dell’avvocato
Stevenson.
Il suo scoop sarebbe stato esplosivo.
Romeo vide scattare la serratura della camera 126.
Nel frattempo, dal fondo del corridoio, arrivarono gli uomini della sicurezza che puntarono dritti su
Romeo.

***
Joe vide uscire Homer Nesciville con lo sguardo furioso.
Gli stava andando in contro per picchiarlo, quando vie un uomo accanto a lui e poi vide arrivare
gli uomini della sicurezza. Si arrestò solo un secondo per capire se chi arrivava era amico o nemico.
Joe intravide, dentro la stanza sul letto, le gambe nude e immobili di Miguel. Temette il peggio.
Joe e Homer si fronteggiarono. Il petroliere temeva che il tizio americano avesse chiamato aiuto
sentendo urlare il ragazzo. Ma non era sicuro che avrebbe resistito ad ammazzarlo lo stesso.

-Cosa gli hai fatto, animale!-
Homer infatti cedette alla rabbia, e lo prese per la camicia per la seconda volta in una sola serata.
-Non sono affari tuoi, pezzo di merda.-
-Lo hai ammazzato?- Joe si era girato e le gambe di Miguel erano sempre immobili.
-Che cazzo vuoi eh? L’ho comprato e lo posso fare anche a pezzi. Non sono affari tuoi.-
-Comprato? Ma che animale sei?-
-Una bestia che sta decidendo se uccidere anche te… o forse vuoi essere scopato, eh? Ci ho preso
bell’avvocato?-
-Mi fai schifo Nesciville. E se hai ucciso Miguel, ti farò sputare sangue. Ti rovino, porco
maniaco.-
-Ora hai parlato troppo… io sono in una botte di ferro, bel fighetto. Ho una copertura che smonterà
tutte le tue accuse.- Intanto Nesciville lo teneva sollevato per la camicia, era davvero forte.
-Non esiste copertura che tenga con Joe Shark!-
-Facciamo che ti faccio ritornare in America, in una cassa di legno?-
Romeo assisteva più eccitato che spaventato, quello scoop l’avrebbe consacrato giornalista
dell’anno.
Joe che ne aveva abbastanza, stavolta reagì dandogli una pedata nel mezzo delle gambe. Homer
Nesciville si piegò, senza fiato, in due.
Joe si liberò, non perse un attimo di tempo. Insieme a quello sconosciuto incontrato poco prima,
entrarono dentro la stanza. Lui si bloccò scioccato, Miguel era una maschera di sangue. Passò in
secondo piano il suo splendido corpo nudo. Quello che invece Joe non avrebbe scordato mai,
sarebbero stati i grossi lividi che aveva dappertutto.
Romeo rimase senza parole. Si mise una mano in bocca per lo sgomento.
Joe gli toccò il collo che ormai era segnato da brutti lividi viola. Constatò con sollievo che, anche
se mal messo, era vivo.
-Chiamo un’ambulanza e poi la polizia.- Fece Joe sconvolto. Lo Squalo mise il lenzuolo sul pube
del ragazzo. Osservò il viso pesto. Serrò i pugni, in quel momento avrebbe ucciso Homer
Nesciville.
Nella stanza entrarono due dei tre uomini della sorveglianza che, vedendo lo stato del ragazzo, si
guardarono preoccupati negli occhi. Uno dei due uscì di corsa dalla stanza. L’altro stava
soccorrendo Homer Nesciville che era per terra che si contorceva dal dolore, sembrava tramortito,
il colpo al linguine di Joe era stato violento.
Romeo mise una mano sulla spalla di Joe.
-Chiamo io la polizia. Poi portiamo il ragazzo all’ospedale subito, fin qui non arriveranno mai. È
un posto isolato, noi invece con una macchina in un quarto d’ora possiamo raggiungere il più
vicino presidio medico.-
-È stato un massacro!- Fece Joe scioccato, lui non aveva mai visto tanta violenza su un povero
ragazzo.
Romeo prese il cellulare e compose il numero per denunciare il fatto. Il sorvegliante però gli
sequestrò il cellulare prima che potesse farlo.
-Aspetti, cerchiamo di sistemare la faccenda, diversamente.-
Joe arrabbiato gli andò incontro.
-Volete coprire quella bestia?-
-No… ma se viene la polizia troverà anche lei qui, avvocato. E la sua carriera sarà finita, e
troveranno il giudice Cordillo… si ricorda il vostro appuntamento? Verranno fuori troppi scheletri
dall’armadio. C’è gente di un certo livello qui ospite.-
-Io sono solo venuto a prendere dei documenti. E non ho preso un ragazzo, per violentarlo e
ammazzarlo di botte. Vuole paragonare le cose?-
L’uomo scosse la testa.
-La polizia qui non entra. Si rassegni.-

Joe guardò Miguel, il ragazzo aveva urgente bisogno di aiuto. Scelse per il momento la priorità più
urgente.
-Ok. Non chiamo la polizia… però mi fate portare il ragazzo subito all’ospedale, dirò che è ha
partecipato ad una rissa.-
L’uomo guardò il corridoio come se aspettasse qualcuno. Joe intanto guardò Romeo.
-Mi aiuti a rimettergli i pantaloni, e la camicia? Così non posso farlo uscire.-
Romeo lo aiutò volentieri. Dal corridoio si sentirono dei passi.
Il direttore insieme a due uomini si avvicinò, vide con costernazione Homer per terra ancora
dolorante. Ma poi si bloccò incredulo e sconvolto quando vide il ragazzo che era nella camera con
lui. Si sentì quasi male nel vedere le lenzuola piene d sangue.
L’avvocato e un uomo sconosciuto lo stavano rivestendo, cercando di rimettere quello che restava
dei costosi vestiti che il club aveva destinato allo sfortunato ragazzo.
Il viso del ragazzo era pieno di sangue, gli occhi pesti, il collo martoriato di viola con tutte le
parti di pelle che si potevano vedere piene di lividi.
Joe lo osservò serrando la mascella. Insieme a Romeo presero per le ascelle il povero ragazzo
ancora svenuto.
-Adesso noi andiamo al pronto soccorso. E se provate a fermarci, vi faccio chiudere domani
stesso.-
-Avvocato… qui abbiamo un ottima infermeria!- Riuscì solo a dire l’uomo.
Joe lo guardò con rabbia.
-Non è roba da infermeria. Questo ci lascia la pelle se non facciamo presto, potrebbe avere
emorragie interne.-
Uno dei sorveglianti gli parlò all’orecchio. Il direttore cercò di recuperare la calma.
-La notizia non deve trapelare, qui ho tutta gente di un certo livello che tiene all’anonimato. Ok?-
Joe pur di uscire presto da lì e soccorrere Miguel avrebbe ceduto al ricatto. Ma loro avrebbero lo
stesso fatto i conti con Joe Shark. Prima o poi.
-Ok, va bene… dirò che ha partecipato ad una rissa. Adesso datemi una macchina… presto!-
Joe sentì che Miguel riprendeva conoscenza e si lamentava.
Si osservarono con Romeo, che già pensava al Pulitzer, e si avviarono. Passò pure inosservato il
fatto che Romeo era un infiltrato. Al giornalista, non solo era capitato uno scoop eccezionale, ma
soprattutto con quel pretesto poteva uscire da lì tutto intero.
Il direttore indicò con lo sguardo a un suo uomo di seguire l’avvocato.

***

Miguel si sentì sollevare dal letto e portare per le braccia. Cercò di aprire gli occhi ma erano pesti e
doloranti. Poi cercò di parlare ma la bocca gonfia gli faceva male. Ebbe un sussulto di paura, ma
una voce rassicurante lo tranquillizzò.
-Tranquillo ragazzo, ti porto al pronto soccorso, quel mostro non ti toccherà più!- Miguel ascoltò
quel tono rassicurante e non avrebbe mai più dimenticato quel tipo di voce, la sicurezza che gli
stava trasmettendo. E fu sicuro, nonostante il dolore e lo smarrimento che provava, di conoscerlo
già.

***

Romeo si mise alla guida. Il direttore aveva messo a disposizione l’auto più veloce di cui disponeva.
Dietro di loro una macchina prese a seguirli.
Joe, nel sedile dietro, teneva Miguel tra le braccia. La sua chiara e costosa camicia di puro cotone
si stava macchiando di sangue. Ma a lui in quel momento non importava. Anche se ridotto male,
pensò che il ragazzo era lo stesso bellissimo. Joe pregò solo che gli organi interni non fossero
compromessi. Il ragazzo si lamentava e lui gli accarezzava i biondissimi e setosi capelli. Joe stava
lo stesso ricevendo delle sensazioni sconosciute che prescindevano dal sesso o dall’attrazione fisica.
Lui che era sempre partito dal corpo per affezionarsi alla testa, stavolta aveva cominciato ad essere
colpito da due grandi occhi verdi … e dal viso più bello che in un essere umano avesse il
privilegio di osservare.
Romeo li osservava dallo specchietto.
-Avvocato… che ci faceva solo in camera? In quel club non si va per dormire da soli. –
Joe trovò inopportuna quella domanda.
-Ero lì per prendere dei documenti da un cliente e lui ha pensato bene di invitarmi, di regalarmi
una notte in quella specie di bordello mascherato da club. Io non ho mai pagato nessuno per avere
qualcuno nel letto.-
Romeo accennò un sorriso e gli piacque Shark One, si vedeva che era uno cazzuto e deciso.
Ma Joe, forse per lo choc, aveva pensato solo in quel momento che di quel tizio non conosceva
nemmeno il nome.
-Ma lei chi è?.-
Romeo lo osservò per un secondo.
-Sono Romeo Felipe. E sono un giornalista. Quelli lì dentro… mi creda, hanno le ore contate.-
-Ah sì?- Fece Joe avvilito.
-Certo, ci conti… ho una microcamera addosso che sta riprendendo tutto anche adesso.-
Joe rimase un po’ perplesso.
-Wow… roba forte! Chissà se il giudice la riterrà una prova legale. Ma come farà a seminare quelli
dietro di noi?-
Romeo sorrise.
-Mi inventerò qualcosa, io stasera arriverò in redazione e innescherò la bomba. Fosse l’ultima cosa
che faccio nella vita.-
Joe sollevò le sopracciglia perplesso. Lui doveva stare accanto al ragazzo, ma in un altra situazione
avrebbe cercato di aiutarlo.
Poi pensò al suo incarico. Dentro la camera aveva lasciato gli incartamenti.
Miguel forse ancora sotto choc si agitò e lo distrasse. Joe lo abbracciò delicatamente rassicurandolo
come meglio poteva.

***

Nell’infermeria del club Leon D’oro, Homer Nesciville aveva lo sguardo vitreo. Non solo un fottuto
avvocato americano l’aveva quasi castrato, ma di era portato via il ragazzo che aveva pagato
migliaia di dollari. Il dolore che provava in mezzo alle gambe era tremendo, gli aveva impedito di
reagire per un bel po’.
Ricevette una telefonata. Strinse i denti e cercò di sopportare le tremende pulsazioni dolorose ai
testicoli.
-Un giornalista? Figlio di puttana! Fermatelo! Ad ogni costo… non me ne frega un cazzo, capito?-
Fece rabbiosamente al suo interlocutore.
Strinse i pugni, anche se dolorante pensò che Joe Stevenson l’avrebbe pagata cara. Con la vita.
E poi avrebbe completato la sua opera con il bel biondino.
***

Romeo osservava Joe mentre rassicurava il giovane sfortunato.
-Avvocato, deve dire ai sanitari quello che è appena successo. Perché io dopo aver lasciato voi al
pronto soccorso andrò in redazione, farò uno scoop che farà rumore, tanto rumore. Molte teste
cadranno. E vorrei evitare che rotoli anche la sua. Ok?-
Joe guardò Miguel che si lamentava dal dolore e scosse la testa.
-É sicuro Romeo? Potrebbe lasciarci la pelle, Homer Nesciville è un animale pericoloso.-

Il giornalista sorrise.
-É il mio mestiere… la mia missione. Se proprio dovrò morire… mi piacerebbe che succedesse
sul campo.-
Joe accennò un sì con la testa. Era in fondo felice che Homer Nesciville venisse sputtanato
pubblicamente. E pensando a Romeo, si convinse che ognuno era responsabile per se della propria
vita.
In quel momento però interessava solo salvare Miguel.
Romeo posteggiò l’auto nel parcheggio dell’ospedale. La macchina che li seguiva si fermò accanto.
Scese un uomo solo.
Romeo e Joe si guardarono negli occhi. Joe lo rassicurò con lo sguardo, avrebbe detto la verità
dopo appena quello scimmione si sarebbe tolto dalle palle.
Joe comunque guardò male il sorvegliante mandato dal direttore del Club.
Quello imperterrito lo seguì fin dentro il pronto soccorso, si fermò a sentire la spiegazione
dell’avvocato Stevenson stava facendo ai medici.
I sanitari furono subito perplessi del racconto. Miguel faceva impressione pieno di lividi e sangue
su tutto il viso, con la camicia senza più bottoni e i pantaloni tutti strappati. Si diedero una mossa e
si dedicarono al ragazzo.
Miguel fu messo su una barella e d’urgenza trasportato in sala tac.
Joe fissò male il suo pedinatore. L’uomo lo osservò dall’alto in basso. Si avvicinò parlandogli
all’orecchio.
-Bravo avvocato. Mantieni questa versione e andrà tutto bene! Ricorda, possiamo arrivare ovunque
e a chiunque – Fece sprezzante. Joe serrò i pugni nervoso. Ma non poteva fare niente. Intanto il
giornalista fece cenno di saluto.
-Vegli sul ragazzo. Addio avvocato Stevenson!-
-Lo farò… occhio alla pelle giornalista! Addio!-
I due si strinsero la mano e si separarono.
Felipe si avviò.
L’uomo del Leon D’oro, rispose ad una chiamata che gli era arrivata in quel momento. Rispose con
qualche monosillabo, come se qualcuno lo stesse interrogando. Puntò lo sguardo sul giornalista che
a grandi passi andava via. Poi guardò serio Joe e se ne andò, seguendo Romeo alla macchina.

***

Miguel era ancora intontito e tutto pieno di dolore. Non riusciva a vedere bene e a sentire. Ad un
certo punto l’abbraccio caldo e rassicurante del suo salvatore era stato sostituito da altre braccia
forti che lo adagiarono su una barella. Sentì delle punture alle braccia.
Una luce fastidiosa gli fu puntata nelle pupille. Poi avvertì muoversi delle persone che si davano da
fare attorno a lui. Ma una voce in particolare, che gli parlava piano vicino all’orecchio, lo
tranquillizzò.

***

Joe vide portare via in sala tac il ragazzo a cui erano state messe le flebo e applicato un respiratore,
ora non restava che pregare che non ci fossero lesioni interne. Aveva cercato di rassicurarlo in tutti i
modi.
Ma lo Squalo aveva un altro compito da svolgere. Dopo il terremoto che avrebbe creato Romeo
Felipe, doveva liberarsi di quel fardello e dire i fatti reali e non quelli che facevano comodo ai tizi
del Club. Joe fermò il primario, e rischiò a fidarsi di lui. Raccontò tutto, anche della imminente
inchiesta che tra poco ne sarebbe uscita fuori.
L’uomo lo sorprese.

-Io lo sapevo che era una palla la storia della rissa. Dovrebbero avere tutti il coraggio di denunciare
Homer Nesciville, lui pagherebbe finalmente… e Belo Horizonte sarebbe sicuramente un posto
migliore.-
Joe sospirò grato e si abbandonò alla poltrona vicina. Era a pezzi. Il primario dopo avere sentito la
cruda verità, come da regolamento, aveva chiamato le autorità.
Ora a Joe non rimaneva che aspettare. L’avvocato si portò le mani in volto. Si sentiva stanco e
nervoso. Sentì ad un certo punto, il suo cellulare squillare. Sospirò, era Thomas, aveva scordato di
chiamarlo all’arrivo. Sicuramente era preoccupato. Si fece coraggio e rispose. Dallo scandalo che ne
sarebbe venuto fuori… il suo compagno meritava di sapere tutto subito.
-Ehi Tom… ciao, scusa se non ho chiamato, ma qui è successo un macello! Devo raccontarti una
brutta storia.-

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