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BurningBabylon – Intervista con Diego “Don Diego” Geraci del Don Diego Trio

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Questa volta su “BurningBabylon” vogliamo farvi conoscere una “star”, come dicono in America, perché lui l’America la conosce davvero.
Tour in Europa e Usa, registrazioni in America, interviste su Guitar Club (la rivista dei chiarristi, ndr), nomination come “Best Rockabilly Band” agli Ameripolitan Awards di Austin (Texas) della sua band “Don Diego Trio”, la condivisione del palco con alcune tra le piu’ grandi stelle americane.
Qualcuno lo ha definito “Ambasciatore del Rockabilly Made in Italy” (Sicily, ndr) nel mondo.

Su BurningBabylon, Don Diego, al secolo Diego Geraci chitarrista nato a Caltanissetta attualmente “globalizzato” in quel di Ivrea.

Diego "Don Diego" Geraci - BurningBabylonCiao Diego, benvenuto su BurningBabylon e Caltanissettalive.it
Grazie per aver accettato di fare due chiacchiere con noi. Iniziamo con una mia personale curiosità, mi ricordo di te fin dai tempi della scuola quando suonavi Heavy, come sei finito all’HonkyTonk?

“Se mi guardo dall’esterno posso dire che è il mio approccio a tutte le cose: andare indietro nel tempo. Quando mi appassiono ad un genere inizio a scavare alla ricerca delle sue origini, ed è la cosa più stimolante che mi possa succedere. Scopro cose nuove, ne tengo alcune, ne scarto altre, mi focalizzo su alcune, sbatto il muso su altre. Ma questa ricerca mi piace da matti. Dall’heavy, che comunque era il passaggio obbligato, musicalmente parlando, per tutti noi cresciuti alla fine degli anni ’80 e all’inizio dei ’90, sono passato al rock primordiale, quindi ai suoi padri, ossia il blues e il rockabilly-rock and roll. Andando sempre indietro scopri che il rockabilly è un mix di musica bianca e nera, e un genere che li univa tantissimo era l’honky tonk appunto. Honky tonk, nella versione più southern a cui mi riferisco, era il baraccio di quartiere, dove si suonava musica ballabile, tra fiumi di alcool, dove si mischiavano le sofferenze giornaliere alla soddisfazione di poter spendere la paga. L’equivalente, nella musica nera, erano i juke joint, stesso approccio al divertimento, diverso il colore dei frequentatori. La musica americana è sempre spunto di riflessione sulle dinamiche sociali. Impara a suonare un genere e capirai lo spirito che c’è dietro”.

Più di 25 anni di attività sui palchi di Europa ed America partendo da Caltanissetta, come è potuto succedere?

“Ah me lo chiedo anche io!  Tornando serio posso dirti che nella mia vita non ho mai fatto altro, e voluto fare altro, oltre suonare. Ogni anno rappresentava una sfida in più: estendere i confini del mio ambiente lavorativo. Superare lo stretto, la prima volta mi successe nel 1997, mi sembrava quasi di fare un volo transoceanico. Andare a suonare nella capitale era un sogno per un nisseno qualsiasi. Varcare i confini del nostro stato quasi qualcosa di irrealizzabile. Sono andato passo dopo passo, sempre da solo, inteso come un grazie alle mie capacità e alla mia tenacia. Dedico tutte le mie giornate da quasi 25 anni alla musica e non mi sono mai pentito di nessun minuto passato con lo strumento in mano.”

Andiamo sul “tecnico”. Il tuo sound è davvero unico, quali sono i tuoi musicisti di riferimento?

“Suono la chitarra dal 1986 e da quel giorno fino ad ora che sto rispondendo alle tue domande non ho smesso mai di studiare musica, cercando, scavando e scoprendo i meandri dei generi che mi piacciono. Diversamente da tanti miei colleghi ho collegato, anche in maniera inconscia, tutti i generi ascoltati negli anni. Anche se non suono più col distorsore a palla ho ancora lo spirito del rocker che pensa al brano come fosse un pugno nello stomaco. Quello che suono principalmente adesso è quello che negli Usa viene definito come “Ameripolitan”, ossia musica originale ma strettamente legata alla tradizione americana. I miei idoli sono tutti i padri fondatori dei generi che adoro. Potrei stilare 10 pagine di nomi! Quindi mi limito a citare i generi di riferimento di base e poi a voi la scelta dei nomi di riferimento, tanto tutto quello che è stato inciso dagli albori fino alla fine degli anni ’70 in questi stili musicali ha fatto scuola in maniera eccelsa. Classico country, Bakersfield Country, Outlaw Country, Rockabilly e Western Swing. Tutto quello che sentite in questi generi ha praticamente tatuato le sue radici nel mio modo di suonare.”

Diego, che strumentazione usi sul palco? Analogico o digitale?

“Di regola sono un fan dell’analogico, ma mi trovo sempre più spesso a cedere al digitale anche perchè i passi fatti avanti negli ultimi 5 anni sono incredibili! Però non mi faccio mai comandare dalla strumentazione. Spesso succede che per fare un concerto debba volare e quindi potrò usare solo la mia chitarra e mi dovrò adattare alla strumentazione sul posto. All’inizio andavo in ‘sbattimento’. Dopo qualche tempo ho iniziato a prendere fiato e cercare di concentrarmi sulle note e sulla trasposizione in musica delle idee. Pian piano mi sono sentito sempre meno stressato dagli oggetti. Col tempo ho anche imparato a ‘domare’ qualcosa che non mi piace nel mio suono semplicemente ignorandolo o girandoci attorno. E’ difficile spiegarlo a parole, avrei bisogno di avere una chitarra in mano e un ‘ampli’ non eccelso e vi farei vedere come riesco a individuare i punti deboli e a non caderci.”

Don Diego Trio - BurningBabylon
Don Diego Trio. Da sinistra: Luca Guizzo Chiappara, Diego Geraci e Sandro Pittari.

Doverose due parole sulla tua band il “Don Diego Trio” e sul feeling che si rispecchia nell’amalgama che create sul palco.

“I miei compagni di strada sono persone favolose. Conosco Sandro Pittari dal 1990 ed è per me come un familiare, oltre che un professionista come pochi ce ne sono. Abbiamo diviso lacrime e gioie e non ci annoiamo mai di stare insieme. Luca Chiappara, il nostro bassista, è invece molto più giovane di me, ma ha un talento e uno spirito goliardico che ha subito creato un’alchimia speciale. Il rapporto personale, fatto di stima e rispetto, è fondamentale per il risultato finale sul palco. Loro amano quello che gli propongo di suonare e lo suonano con grande impeto. E io provo a non deluderli mai. Ma ricorda che stiamo sul palco un paio d’ore e passiamo le restanti 22 ore sempre insieme in viaggio, in hotel, al ristorante, in autogrill. Ed è questa empatia tra di noi che ci permette di vivere serenamente queste 24 ore insieme.”

Quanto è difficile portare avanti un progetto musicale come il vostro in un paese invaso dai talent in cui le radio passano quasi esclusivamente musica commerciale?

“Difficilissimo, ma non perdo mai lo spirito e il sorriso! Penso sempre che difficilmente la maggioranza ha ragione, quindi vado avanti per la mia strada. Sono anni che ho preso coscienza del fatto che suono un genere di nicchia in uno stato che ha un trattamento pessimo per le sottoculture, ma finchè ci sarà un ascoltatore ad applaudire quello che faccio vorrà dire che vale la pena farlo. Non sono contro i talent, stranamente, sono semplicemente indifferente. Non li guardo ma nemmeno sbraito contro mia figlia se guarda le cantanti fare a spallate su ‘The Voice’, tanto so già che lei sa discernere il buono dal brutto. Bisogna trattare il proprio lavoro sempre in maniera più globale. In Italia siamo affondati dai talent? Poco male, allargo il mio raggio d’azione verso lidi più felici.”

Cosa ne pensi invece della scena italiana “western”? 

“Penso che non esista! Il country è erroneamente visto come una pagliacciata ‘ammericana’. Viene ballato non in coppia ma come se fosse un ballo di gruppo da pessimo villaggio turistico (si chiama ‘line dance’ ed è imbarazzante). Chi lo suona spesso non ha il minimo rispetto per il linguaggio tradizionale e chi lo canta non pensa quasi mai a trasporre in musica le proprie emozioni. Io ne sto ben lontano, faccio il mio ma non voglio assolutamente venire infilato in questa mischia. Sono stato diverse volte in Texas, nei veri posti dove si suona la vera musica country, e ho respirato questo genere in un modo che mi ha riempito i polmoni per sempre.”

Daresti “due consigli due” a chi sta iniziando adesso a fare i primi passi nel mondo della musica suonando generi chiamiamoli cosi’ “non convenzionali”?

“Siate convinti al 110% di quello che volete fare. Se lo fate con convinzione e passione al vostro pubblico arriverete dritti al cuore. Se, per caso, siete voi stessi i primi ad avere delle perplessità su quello che fate, allora qualcosa non funziona. Bisogna essere molto autocritici, ma in maniera costruttiva. Essere attorniati da gente che vi dice come la pensa sul serio e non che vi adula a tutti i costi (insomma non chiedete pareri alle fidanzate ma a chi conosce il vostro genere veramente bene). E poi, cosa molto importante, sostenete la scena a cui vi sentite di appartenere! Sembra un’ovvietà ma ti assicuro che non lo è! L’ho imparato frequentando la scena rockabilly che è tanto chiusa quanto solida a volte. Chi la ama la sostiene indifferentemente da quello che succede. Se così fate avrete sempre uno zoccolo duro su cui contare e dei punti di riferimento per qualsiasi aiuto. Un’ultima cosa: non esistono generi ‘non convenzionali’, esistono platee e posti errati per la proposta musicale (insomma non suonerei mai un genere particolarmente ruvido in una pizzeria, così come non suonerei mai un folk introspettivo in un rock club). Anche quest’ultimo ragionamento è legato al sostegno e alla conoscenza della propria scena. Se la conosci bene saprai bene quanti e quali posti si addicono di più a te.”

Programmi e progetti per l’immediato futuro?

“Da metà aprile fino alla fine di maggio faremo un lungo tour europeo e poi ci prepareremo all’estate che, come al solito, è molto impegnativa per noi. Sempre in aprile uscirà un disco di strumentali che abbiamo registrato con la band dei nostri alter ego (the Coguaros). Si tratta di un tributo alla musica strumentale degli anni ’60 con riferimenti a Link Wray, a Booker T & the MGs, ai Ventures. E’ una cosa molto diversa dal nostro solito ma che ci ha letteralmente galvanizzato mentre eravamo in studio. La consideriamo una scappatella dal nostro solito repertorio. Abbiamo anche registrato del materiale mentre eravamo in tour negli States lo scorso febbraio, tra l’altro abbiamo preso parte ad un progetto musicale registrato alla Sun Records di Memphis, e quindi i prossimi mesi mi vedranno impegnato nella post produzione di queste registrazioni (che, per la cronaca, non ho ancora nemmeno sentito!). Poi la nostra quotidianità è fatta delle stesse cose: tour, periodi a casa, side projects, registrazioni, tour, un po’ a casa con la famiglia, qualche concessione ai side projects, registrazioni e via dicendo.”

Diego, ti ringrazio per il tuo tempo, ti faccio i complimenti perché hai delle camice e delle giacche davvero incredibili e ti lascio lo spazio per concludere come meglio credi.

“Grazie! Non dirò mai dove compro le mie camicie o le mie giacche! Grazie a te per lo spazio che mi hai concesso! Sai che sei il primo della mia città natale che si è interessato alla mia attività? Ho ricevuto interviste da tutto il mondo in questi ultimi 5 anni, ma mai da Caltanissetta! Non è una sterile polemica, ma solo una constatazione. Io adoro la mia città, nonostante non ci viva più da tempo, ci passo molto tempo in estate e ho tutti i miei familiari lì. Caltanissetta ha avuto uno slancio musicale qualche anno fa incredibile! Purtroppo non si è mantenuto negli anni. Peccato. Ma sono fiducioso perchè c’è veramente tanta gente che ama la musica ben fatta!”

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