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In cosa consiste l'espressione dell'uomo? Qual è il mezzo essenziale per la propria relazione/correlazione con il tutto? Ebbene, la sinestesia.
L'esperienza dell'immagine e della parola hanno condotto l'essere umano alla propria unicità di specie.
Il titolo di questa rubrica vuol essere il sodalizio tracotante di queste due potenze espressive che da una parte folgorano lo sguardo e dall'altro scalfiscono la memoria in una danza emozionale che costruisce la persona e il proprio Io.
Un viaggio poliedrico attraverso arte, fotografia, parole, personaggi, storie, filmati, pensiero.

“L’Arlecchineria” di Sebastiano Milluzzo

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Sebastiano Milluzzo (Catania, 12 luglio 1915 – Catania, 30 maggio 2011). Catania, la sua città, culla e argine. Sempre. Lì si è formato artisticamente e per lungo tempo vi ha insegnato. Oltre che in innumerevoli personali, ha esposto le proprie opere in mostre regionali, nazionali ed internazionali, fra cui  tre volte alla Biennale di Venezia e cinque volte alla Quadriennale d’ Arte di Roma (per invito).

Ancora al Premio “Francesco Paolo Michetti”, Premio Svizzera, Biennale Internazionale di Genova, Premio Nazionale Acitrezza, Premio Golfo La Spezia, Mostra d’ Arte contemporanea a Colonia, Mostra d’ Arte contemporanea di Monaco di Baviera, Artisti italiani in Belgio, Premio Esso, Aristi italiani a Bat Yam Israele, Il sacro nell’Arte contemporanea a Palermo, Personale alla Galleria Burdeke Zurigo, Artisti italiani in Olanda. Si sono interessati alla sua arte: G. Barcellona, R. Biasan, M. Bonavìa, G. Consoli, Civello, A. Entità, M. Farinella, R. Guttuso, S. Nigro, A. Trevisan, M. Valsecchi, C. Kaisserlian e tanti altri. Ha vinto numerosi premi e sue opere figurano in collezioni private e pubbliche. Nel 1958 fonda e dirige sino al 1962 la rivista mensile di lettere e arte “ Sicilia Arte “.
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“Instancabile sperimentatore e Maestro di tecniche, sempre in ansia di materie nuove, Milluzzo ha attraversato le grandi avanguardie dell’ Arte europea con l’entusiasmo del neofita che opera in periferia e insieme, però, con l’orgogliosa consapevolezza di una sua “classicità“. Si è sempre rinnovato restando se stesso, agendo e crescendo dentro una storia “locale“, “mediterranea“, che è la sua storia. Picasso e Klee hanno senz’altro dato mano alle linee, ai piani e alla scala cromatica della singolare quanto costante “ ARLECCHINERIA “di Milluzzo”. (S. Nigro)

Un arlecchino onnipresente nel percorso milluzziano e che poi muore in una sfumatura di colori che dal caldo al freddo suggeriscono la fine di un personaggio senza tempo nè spazio. Un paradosso. La pittura di Milluzzo è allusiva, i tratti accennati e per metà spesso in ombra, egli lascia intendere e non dice. L’osservatore potrà interpretare, capire, leggere attraverso segmenti autonomi, parti del tutto e di se stesso, racchiusi in una policromia polisemica che miscela la variabilità dell’ uomo stesso, che è metà ed è tutto.
“Spesso la pennellata  è inquieta, tesa, a penetrare i sentimenti ed a rimetterli in superficie, a riportarli sotto gli occhi e gli impasti si rimescolano ancora penetrando le fibre dell’ espresso e raffigurato, con venature sanguigne in ebollizione direi, il tutto stimolando verso una visione di moto, una dinamica che non è solo quella del soggetto raffigurato ma quella generale del colore e vibratilità di tutto il tessuto pittorico che compone l’ ordito dell’ opera “. (Alfredo Entità, 1948)

Tutto è speculare, uguale e contrario, perchè l’ uomo è specchio del mondo e Arlecchino è specchio dell’ uomo. L’innovazione, già analizzata dal Nigro, è incalzante e la plasticità delle forme ne è testimonianza.
Era il 2004 quando entrai nella Sua casa-museo, l’odore della carta, del colore, un artistico disordine evocava il dinamismo di un divenire, si palpavano le idee, ancora da fermare nel gesto, eppure le sentii sulla pelle. Tutte. Chiacchierare con il Maestro Milluzzo mi fece percepire il senso profondo dell’Arte come forma plastica di emozione pura, incontaminata, spinta passionale che si materializzava nel colore e sulla tela e che non si arrestava con l’ avanzare del tempo ma si amplificava, come continua ricerca e nuova scoperta. I racconti, un po’ deragliati dall’età, gli occhi lacrimosi durante l’attraversamento dei ricordi, momenti di brillante commozione e partecipazione, il dialogo fu lineare, su un unico piano, io ed il Maestro parlavamo come vecchi amici, del bello, della vecchia Catania, del fermento artistico dei suoi anni, delle lotte e delle invidie, degli onori e delle paure.

Viaggiare con lo sguardo tra i rombi coloratissimi dei suoi Arlecchini mi inebria ancora i sensi, fino a toccare il bianco e nero di un Arlecchino svilito, quasi un Pierrot senza lacrima, dal tempo e dall’uomo stesso. Serpeggia tra le forme l’influsso eraclitiano di un eterno divenire che rende unica l’ espressione pittorica di questo artista il cui spessore ha certamente rappresentato uno dei monumenti della storia artistica catanese.
Ed io ne ricordo pienamente lo sguardo, la voce, il pathos.

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