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In cosa consiste l'espressione dell'uomo? Qual è il mezzo essenziale per la propria relazione/correlazione con il tutto? Ebbene, la sinestesia.
L'esperienza dell'immagine e della parola hanno condotto l'essere umano alla propria unicità di specie.
Il titolo di questa rubrica vuol essere il sodalizio tracotante di queste due potenze espressive che da una parte folgorano lo sguardo e dall'altro scalfiscono la memoria in una danza emozionale che costruisce la persona e il proprio Io.
Un viaggio poliedrico attraverso arte, fotografia, parole, personaggi, storie, filmati, pensiero.

Sui passi della verità: “la marcia della morte” di Chelm

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1 dicembre 1939

La piazza della città di Chelm è gremita, sotto il velo grigio di un cielo folto di nubi, unico testimone dei decenni. Anime e anime richiamate ad un destino ignaro a loro e anche alla storia, troppo spesso lacunosa e monca.

Respiri caldi si scambiano interrogativi di pensiero, gli sguardi lacrimosi di gelo come vetri smerigliati si specchiano tra loro, la domanda è già risposta “Cosa ci facciamo qui?”.

La mente è stretta nella nebbia, tanta confusione, smarrimento, l’occupazione straniera, il senso terrificante della sospensione, strani processi logistici cominciano a scuotere le coscienze ancora incoscienti di ciò che avrebbe attanagliato la loro breve esistenza.

Piove, e la terra si mescola e si trasforma dentro i sentieri e le foreste da lì a poco calpestate da passi d’uomo e di paura.

Inizia l’orrore. Inizia lo storico errore.

Migliaia di cuori ebrei pulsavano sempre più forte, strappati dalla propria città e strattonati verso un cammino, una marcia dentro le lame fredde di un inverno aberrante.

“Marciate…marciate e non fermatevi…chi si ferma è morto…chi solleva il più fragile è morto…chi è più forte è morto. Siete bestie…camminate…marciate…siete niente e morirete presto”.

Forse è stato pronunciato. Forse è stato pensato. Certamente è stato fatto.

Si sentono i passi dentro il fango, passi nudi, piedi macerati dal gelo e dalla melma, passi che calpestano e che risuonano forte in un’Eco che prepotente raggiunge le coscienze, oggi, dopo 80 anni di amnesia, di oblio, di indifferenza.

Passi impressi nella creta del sentiero oscuro, carnefice dell’innocenza.

Orme vuote che si riempiono di pioggia, cancellate, poi, dal tempo.

Poi qualcuno prova a scappare via… ma no, non si scappa da un destino programmato e sei cadavere mentre pensi di scappare via. Cadaveri viventi, camminano e camminano nella foresta buia di spettri, spoglia e complice di una strage a stillicidio, ridondante di crudele sadismo inetto.

La pelle violacea e marezzata dal vento erode pian piano i sensi e sugge il sangue ormai rappreso, autofagocitosi del Se’. Le dita asteniche non stringono più le mani dei compagni, non sentono. Spilli, migliaia di spilli a trafiggere tutta la pelle, spilli di dolore e di terrore.

Lacrime fitte chiudono il sipario dello sguardo, sclere di ghiaccio fissano per sempre immagini raccapriccianti, come insetti atavici dentro l’ambra di un sole spento. Incalza la nebbia e le atrocità di corpi sepolti ancora ansimanti, soffocati nella terra, a riempirsi i polmoni di liquame, di spari e di proiettili come dardi bestiali attraverso gli strati di troppe vite, a recidere e a dissacrare, ad inginocchiare e ad annegare dentro la pozza del proprio sangue nero di lutto.

Cosa è stato l’Uomo. Cosa può essere ancora… Forse pentimento o ragione o amore verso il prossimo. Forse.

Sono stremati e sempre meno numerosi, dietro non c’è più nessuno, solo foglie rattrappite e odore di muschio e di corteccia. Voci sparute nell’ovatta anecoica del nulla.

Siamo pochi. Dove siamo? Chi siamo?

In lontananza il chiasso altalenante delle rotaie e un fischio acutissimo fende l’atmosfera e divide in due il cielo.

Nevica. Il fumo grigio dai vagoni. Il treno fa la sua fermata, frena forte, stride, in un attrito che stringe il cuore in una morsa di perfidia.

E adesso, rimane il canto ultimo e vibrante d’emozione. Un canto scritto o solo pensato, un canto in bilico sulle corde di un violino, il canto dell’afflato e del ricordo. Il canto estremo che scaraventa al suolo la dimenticanza e ne fa musica e testimonianza.

Un viaggio di sola andata ma d’ intenso ritorno, oggi, di memoria, domani di speranza.

Shlomit Beck

La storia non racconta ciò che è accaduto 80 anni fa a Chelm.

Migliaia furono gli ebrei condotti fuori dalla città polacca di Chelm in quella che sarebbe diventata la prima “marcia della morte”, dalla città polacca fino a Hrubieszów, dell’Olocausto quasi completamente dimenticata.

La marcia della “verifica”, come fosse un processo statistico sulla carne di esseri umani, da parte dei nazisti sull’ opinione pubblica locale e internazionale circa il grado di accettazione sull’omicidio di massa degli ebrei.

La maggior parte degli ebrei di Chelm furono successivamente assassinati nei ghetti e deportati nel campo di sterminio di Sobibor.

Sono passati decenni e i sopravvissuti alla marcia della morte di Chelm sono morti uno dopo l’altro. I più giovani in marcia ora sarebbero 96 se fossero sopravvissuti. I loro figli e nipoti hanno intrapreso la missione di mantenere vivo il ricordo delle atrocità, fondando la Chelmer Organization of Israel, il cui presidente, Ben-Zion Levkovitz, venne a sapere degli orrori da sua madre.

“I discendenti delle comunità che furono distrutte istituirono organizzazioni per commemorare le loro famiglie e i loro amici. Le persone rimasero orfane e avevano un ardente bisogno di commemorare i loro parenti. Per anni, sono invecchiate, e ora non ne sono rimaste quasi più. Quindi era necessario che la seconda e la terza generazione prendessero il comando “, afferma Levkovitz.

Il primo dicembre 2019, i discendenti degli ebrei di Chelm hanno organizzato e concretizzato una marcia commemorativa che ha ricalcato il percorso che i loro familiari assassinati sono stati costretti a seguire, ponendo le targhe sulle diverse soste più rappresentative, cinque i siti di fosse comuni, oltre alla piazza di Chelm e a Hrubieszów. Ad ogni sosta una preghiera d’intensità primordiale, una dolcissima nenia a cullare le immagini e la nostalgia, poi il religioso silenzio del rispetto accompagnato dalle lacrime calde sulle guance gelide dei partecipanti, e ancora i canti lancinanti a far tremare le molecole e la massiccia partecipazione delle scuole.

“I canti strazianti giungevano come stilettate al cuore”, afferma con voce rotta dalla commozione Arianna Di Romano, la fotografa siculo-sarda che ha partecipato e rappresentato con le sue fotografie questo primo evento storico-commemorativo, portandone testimonianza e risonanza in Italia per la prima volta.

L’idea è nata da Shlomit Beck, impavida guerriera della memoria. Titanico e indispensabile il lavoro organizzativo svolto, intrecciato alla fortissima spinta emotiva familiare, testimone indiretta degli atroci avvenimenti storici raccontati dalla madre, portata via da Chelm all’età di tre anni, ella stessa testimone dell’evento. La presenza della madre e della zia di Shlomit ha assunto un’importanza fondamentale nel determinare risonanza concreta alla celebrazione, nei loro occhi cristallini si leggeva la storia, come una pellicola estremamente preziosa.

“Non so come, ma questa marcia della morte è stata dimenticata, è morta sulle pagine della storia e il nostro obiettivo è quello di renderne consapevoli le persone”, spiega Levkovitz.

Quasi nessun ebreo oggi risiede a Chelm, ma i racconti personali ed esperienziali durante il primo dicembre 2019 sono giunti da diversi paesi del mondo, Brasile, Stai Uniti, Gerusalemme, Italia, Israele, tra questi una importante testimonianza da una delle sopravvissute ormai residente a New York.

Levkovich aggiunge che l’associazione, di cui è presidente, intende tenere l’evento una volta all’anno per inculcare tali accadimenti nella coscienza israeliana e persino nel sistema educativo. “Questo è un evento formativo nella storia dell’ Olocausto, e proprio come esiste una Marcia della vita che commemora la marcia della morte ad Auschwitz alla fine della guerra, è inconcepibile che non si ricordi la prima marcia della morte”.

Non ero lì. Ma i racconti, le immagini, i suoni che mi sono stati trasferiti hanno creato nella mia mente la giusta rappresentazione di ciò che è accaduto. La dimenticanza ottunde ogni forma di umanità. Ricordare correttamente la storia è un dovere morale ed un obbligo esistenziale. Perché tutto questo si sublimi e si trasformi, invece, in amore.

Antonella Ballacchino

 

 

Le foto, in esclusiva per CaltanissettaLive e soggette a copyright, sono di Arianna Di Romano

 

 

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