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L’ IO- Palese di Ettore Maria Garozzo

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Non è stata un’intervista convenzionale, nessuna domanda preparata. Ogni disquisizione è nata hic et nunc.

Raccontare l’incontro con Ettore Maria Garozzo sarà un viaggio al presente per osservare tutto il suo intorno di ieri e di oggi partendo dal se’, dall’ Uomo/Icona.

16.30 puntualissimi. Ettore mi aspetta già all’ingresso del portone, stranamente in tono con il colore della mia auto bordeaux.

“Prego, accomodati, siamo già arrivati”, i miei tacchi e a seguire le sue “ruote”.

Varcare la soglia dell’habitat/studio di un Artista è sempre un’alchimia inusuale e unica, ti rimane dentro come un profumo fortissimo.

E’ come entrare nel mistero di una ricerca intima ed esserne complice per un po’ di tempo.

C’è silenzio, luci, ombre e oggetti antichi, fermi, quasi dimenticati dal mondo comune ma facenti parte del mondo segreto di Ettore.

Così ci accomodiamo. E l’uno di fronte all’altro ci scambiamo le prime idee, le opinioni sul suo prossimo lavoro e subito esplode l’intelligenza dissacrante che calca la scena tra bellezza e diversità.

Ettore è un Uomo, un fotografo, un cittadino nisseno che possiede le venature delle sue origini impresse nella pellicola della sua memoria. Ascoltarlo è già ricchezza.

Entriamo spontaneamente nel vivo già guardandoci intorno, sparse le varie fotografie fermate negli argini delle stampe, come a non farle scappare via, sono creature e parti conclusi anche dopo anni di gestazione, come dice lui, “la foto pensata”, e proprio come delle “figlie” di carta lucida lui le guarda, orgoglioso: oggi si fotografa con i cellulari esclusivamente per  soddisfare il senso dell’autocompiacimento e si dimentica il senso del ricordo. Credo nell’importanza della stampa di una foto, se la stampi l’hai promossa!”, tra ironia e acume, sorridiamo insieme.

L’atmosfera anticipa già il racconto e si manifesta, tra una frase e la seguente, il rapporto tra il colore, spesso utilizzato nelle rappresentazioni della vivida quotidianità del mercato cittadino, ed il bianco e nero fortemente amato, preferito, immaginato.

“Il bianco e nero è il padre del dettaglio, è il colore della mente attraverso il ricordo e l’esperienza”,così Ettore argomenta la preferenza per il bianco e nero, pur nell’abilità pittorica dei suoi colori. Essi stessi con la prepotenza cromatica che li caratterizza mettono in discussione l’attenzione dell’osservatore, che rischierebbe di perdere, così, il fascino del dettaglio. Il colore rappresenta il furto della concentrazione sull’oggetto rappresentato.

La passione di Ettore nasce quasi per caso o forse no.

1 giugno 1979, riceve in dono, insieme al fratellino, una polaroid e da un gioco nasce il viaggio mentale di Ettore e di ciò che riuscirà a vedere nella sua mente prima ancora che diventi uno scatto.

Dopo le incisive e travagliate vicissitudini familiari e lavorative, Ettore si trova di fronte ad un bivio esistenziale, o lui/passione o lui/nulla. E così la forza morale e titanica lo spinge alla scelta dell’io/passione.

La fotografia, fonte salvifica e opportunità.

Nel 2014 nasce il progetto “Un sorriso per Caltanissetta” e così Ettore comincia a cercare sorrisi di gente comune vagando per la città e incorniciandone, sul vero senso della parola, un momento, poi fermato e permanente nel tempo. Regala alla città il colore, la spontaneità e l’invenzione, in un momento di crisi economica e sconforto sociale. E così via con altri progetti, mettendo in risalto i bambini e gli anziani, gli estremi della vita.

Soggetti predominanti sono, però, le donne, in tutte le loro sfaccettature, donne mai modificate, naturali, con le loro rughe o la loro giovinezza, con i loro difetti o la loro perfezione. La foto deve raccontare una verità.

“La scelta del soggetto femminile si basa su tre punti fondamentali: il primo è riferito al fatto di possedere un pensiero molto femminile e dunque l’ immediata connessione con quel mondo, la seconda è il facile accesso dentro questa dimensione relazionale ed infine il terzo ha una valenza oggettiva, esistono più cose da narrare nel mondo femminile e non soltanto la bellezza o l’armonia”.

Affascina ascoltare il modo in cui Ettore riesce a gestire un incontro fotografico con una donna, gioca con le sue modelle le stimola, le studia. I suoi incontri sono esperienze, momenti intellettuali, talvolta interiori e di ascolto. Non tende mai ad oggettivare una modella, lascia a lei la scelta, se appartenere a chi si lascia dirigere o chi spontaneamente vuole esprimersi. E’ delicato nell’essere regista, rispettoso, non travalica mai il senso del pudore.

Ma chi è Ettore per chi lo osserva? Un politico, un venditore di vetro? un fotografo?

Io credo che sia tutto insieme, un’amalgama di concetti, di contraddizioni e alla fine di conformità. E’ riuscito a trasformare e veicolare lo sconforto in forza. Adesso non vende il vetro ma guarda la realtà attraverso un obiettivo di vetro, quello della sua fotocamera, non è più un vetro piatto, è un vetro curvo, è la culla dello sguardo, l’amaca dolce dei ricordi. Il vetro è la trasparenza che lo accompagna, il vetro la barriera che lo scherma e lo espone, lo esalta e lo riverbera.

Tutto torna.

“E’ inutile perdere il mio tempo nel pensiero di ciò che non sono o che sarei potuto essere e non sono, ho deciso così di regalare la mia diversità fisica agli altri”.

Nasce il concetto dell’IO-Palese, gli osservatori vedono la sua prospettiva, vedono il mondo da una sedia a rotelle e diventano un unicum con l’Artista. Tu vedi ciò che vedo io. Qualche volta la prospettiva viene aberrata di proposito, talvolta addolcita. Il pensiero fotografico di Ettore entra in comunione piena con il fruitore.

Modello per caso, lui arriva allo spasimo dell’espressione, recide ogni reticenza e finalmente, come una catarsi si mostra e diventa anche oggetto di uno scatto altrui. Questo processo fortissimo porta l’Artista a guardarsi, ad accettare una condizione e farne poesia: “così si è chiuso un cerchio che prima era un turbine”.

Ecco che inizia a fare buio e volge al termine il nostro incontro.

“Abbiamo un patto, tu intervisti me ed io fotografo te”.

Così comincia a preparare la scena, nero su nero, con un’agilità che impressiona, sposta le luci con competenza tecnica, crea l’occasione, inventa un set in pochi minuti, e divento il suo soggetto. Non è facile entrare dentro il suo obiettivo, il rischio è quello di riconoscersi, anche troppo.

Ettore è come un albero di ulivo, così lui stesso si rappresenta, contorto nel suo tronco secolare, ripiegato e vorticoso, nodoso e forte, con fronde ricche di frutti che può donare se di questo albero ci si saprà prendere cura.

Esistono corpi veloci che possono saltare gli ostacoli del mondo, esistono, poi, i podisti di pensiero, quelli non hanno bisogno di gambe per saltare, i podisti di pensiero volano.

Antonella Ballacchino

 

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