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Ignotæimaginesurbis (immagini sconosciute della città), ovvero ri-lettura della città attraverso immagini inedite

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di Giuseppe Saggio

Le immagini più antiche che rappresentano la città di Caltanissetta sono quelle fotografiche, a partire da metà ottocento (vedi immagine della Chiesa del Carmine, le panoramiche da contrada Sallemi o dal castello quelle di Sevaistre, del Trenkler, Faraci, Leone ecc).
Ufficialmente non si conoscono altre immagini antiche (come disegni, affreschi, incisioni, ecc.) che rappresentino la città di Caltanissetta; gli stessi disegni progettuali del collegio gesuitico di Caltanissetta non sono stati trovati, mentre conosciamo quelli di tutti gli altri collegi sparsi nel mondo.
Né sappiamo alcunché dei pannelli del pittore Bagolino (1)che furono esposti lungo la Strada Grande antistante il luogo dove doveva sorgere il collegio.
(1)Sebastiano Bagolino, insigne studioso alcamese della seconda metà del sec. XVI (1562-1604),realizzò nel 1589, su commissione di Donna Luisa Luna, madre del principe Francesco Moncada, dei grandi quadri destinati ad ornare la piazza in occasione della cerimonia per l’inizio della costruzione del tempio di Sant’Agata a Caltanissetta, da come si evince ne “Il Moncata di Seb. Bagolino Alcamese, scritto da sua propria mano a’ giorni 7 d’8bre 1596”, Palermo Bibl. Com. ms. ai segni 2 Qq B25; edizione a stampa: Il Moncata dialogo di Sebastiano Bagolino ora per la prima volta pubblicato, a cura di F. M. Mirabella, Alcamo 1887, PP; 8 e 65.
Considerato che a mio giudizio immagini e rappresentazioni devono invece esistere e delle quali non abbiamo tracce anche perché non riusciamo a identificarle perché sono cambiate le ambientazioni dei luoghi, mi sono messo alla loro ricerca cercando di identificarle, riscontrandone diverse, alcune assolutamente inedite, altre invece note ma non comprese come tali.
Come affermava Geymonat (1980), le immagini iconografiche “veicolano” ma al tempo stesso producono le idee del territorio rappresentato, per cui si viene a creare una relazione biunivoca tra osservatore e autore che contribuisce a dare un senso all’immagine.
La rappresentazione dei territori, per mezzo di disegni, affreschi ecc, ci dice come l’uomo percepisce i luoghi, come li conosce e li rappresenta nel tempo:
In passato, come oggi, l’immagine conserva sempre un valore di memoria, memoria di un’arte e di una scienza di un determinato periodo della nostra storia, ma anche memoria dei luoghi, che l’artista ha saputo trasferire e consegnarli così ai posteri..
Le rappresentazioni iconografiche soddisfano la necessità dell’uomo di teorizzare e descrivere gli spazi conosciuti e immaginati, dunque rappresentano appieno un sistema comunicativo molto forte.
L’uomo, prendendo coscienza del territorio abitato, si serve delle immagini per assegnare a ciò che conosce dei nomi e dei significati; nello stesso tempo esse sono portatrici di valori autonomi, per mezzo dei simboli attraverso i quali comunicano costantemente. Per mezzo di nomi, colori, numeri e scelte di posizioni, l’immagine quindi acquista, appunto, valori diversi, agendo sul piano ideologico, altre volte su quello descrittivo.
L’opportunità di potere parlare dei castelli, compreso quello di Pietrarossa, mi ha fatto accettare di buon grado l’invito nel 2015, della carissima prof.ssa Fabiola Safonte, presidente del Lions Club Caltanissetta dei Castelli, di sintetizzare in un breve elaborato, quanto da me individuato, concentrandomi solo su immagini che interessano il castello ed il contesto vetero urbano.. (che purtroppo per diversi motivi ostativi, non si è potuto pubblicare e pertanto, il disegno del castello da me individuato nel settembre del 2009 all’interno di un libro manoscritto del XVIII sec. (‘’In NaturalemAristotelis Philophiam’’ etc. conservato presso la biblioteca comunale di Caltanissetta) e pubblicato nel libro della collega arch. Daniela Vullo (oggi Soprintendente) dal titolo “Storia, architettura e restauro del complesso conventuale Santa Maria degli Angeli a Caltanissetta” nel 2016, e quindi non è più inedito).
Ne è venuta fuori una relazione, corredata da diverse immagini fotografiche, realizzate dall’amico Giuseppe Castelli, scoprendo immagini e contesti relativi a fatti storici praticamente sconosciuti.
L’esame delle fonti archivistiche rintracciate da autorevoli studiosi locali e non, mi aveva già fornito numerose e preziose informazioni disseminate spesso in articoli, opuscoli, saggi, e cataloghi, o utilizzate marginalmente in altre pubblicazioni in generale. È stato pertanto necessario ricercare, vagliare e coordinare tutto il materiale offerto dalla ricerca archivistica e bibliografica.
La documentazione iconografica già esistente è stata integrata ed arricchita in alcuni casi da G. Castelli, al quale sono particolarmente grato, oltre che per l’amicizia quasi cinquantennale che ci lega, per aver pazientemente assecondato ed interpretato le mie indicazioni stravaganti, e per il lavoro certosino e per le felici intuizioni nelle elaborazioni fotografiche, stimolate dalla mia profonda conoscenza della città (così dice lui), con le mie “visioni” e dal mio dialogo con le sue pietre.
Le mie supposizioni, ormai più che ventennali,diverse dalla “Storia ufficiale” (L. A. Barrile docet) trovano riscontro in schizzi quadri ed immagini, che molti, tanti, hanno guardato ma non visto.
Mi riferisco ai tanti numerosi paesaggi fotografici e al disegno inedito e, praticamente “sconosciuto” del pittore Riolo del 1844 (esposto in una mostra a Villa Zito a Palermo fino a gennaio 2015 segnalatomi dal Prof. Maurizio Castelli) ed in particolare, al “panorama” di Caltanissetta presente nel lacerto di affresco che si trova nella chiesa di S. Anastasia, intesa anche con i nomi di S. Lucia in Campagna o del Signore della Campagna, che avevo individuato diversi anni fa e che ho ampiamente illustrato in occasione delle giornate FAI del 2015.

Antico affresco, databile intorno al XV – XVI secolo

Sulla parete di fondo di questa chiesa, dietro l’altare sopra un vano porta tamponato, che era l’antica porta d’ingresso che si affacciava nel nartece della chiesa bizantina (oggi trasformata in sacrestia), si possono notare le tracce di un antico lacerto di affresco, databile intorno al XV – XVI secolo (fig. 1), che rappresenta il Crocifisso con ai lati la Madonna e San Giovanni e alla base della Croce la testa ormai sbiadita della Maddalena che l’abbraccia. Sullo sfondo in basso, si intravede il panorama di un abitato (fig. 2).
Possiamo paragonarlo al quadro “il Calvario” di Yanez Fernando de la Almedina(1bis) dove alle spalle si vede un ponte e la città di Valencia che si trova nel Museo delle Belle Arti di Valencia.(fig. 1bis)
Ponte come elemento simbolico.
Un ponte era una pietra miliare sulla strada per il suo carattere eccezionale. Razionalmente mostrato come attraverso l’ingegno fu superato e conferito un ostacolo criteri di investimento del mondo del partito permettendo di camminare su acque e volte. L’emblematico mostra spesso il ponte come una transizione e passo Per questo motivo, è normale trovarlo negli sfondi architettonici dei dipinti che rappresentano la crocifissione di Cristo..

(1bis) Pittore nato in Spagna, verso la fine del XV secolo.
Originario de La Mancha, si formò in Italia e fu allievo di Leonardo da Vinci (lavorò alla Battaglia di Anghiari nel 1505).
Cresce e lavora insieme al collega Fernando (Ferrando) de los Llanos, passando per Roma e Firenze. Tornati in patria, i due continuano a lavorare insieme e verranno loro commissionati importanti lavori, trai quali la produzione di un dipinto composto di 12 pannelli sulla vita della Vergine Maria, per altare maggiore della cattedrale di Valencia (tra il 1506 e il 1510).
Contribuì in modo decisivo alla diffusione in Spagna dei modi italiani, divenendo il precursore del manierismo spagnolo.
Alcuni esemplari del lavoro di “Fernando spagnuolo” possiamo trovarli nei musei di Valencia e di Madrid (Prado).

Da una attenta osservazione sono riuscito ad identificare questo panorama come quello di Caltanissetta vista appunto da detta chiesa.
In questo panorama si vede da sinistra un arco e una parte di costruzione con una finestra(fig.3a), il resto è nascosto dalla figura della Madonna, questa costruzione l’ho identificata con il laterale della chiesa di San Giovanni (alla quale questo priorato di Santa Anastasia era collegato) con accanto quella che sappiamo essere una la porta omonima della città; tra la Madonna e il Crocifisso e sopra la testa della Maddalena si vede un arco con a destra una casa, che sembra essere un ponte e sotto una strada o un torrente che mi sembra essere il vallone dell’Avvento (fig 3b); tra il Crocifisso e San Giovanni vediamo un gruppo di costruzioni con una torre merlata che svetta e che è appunto identificabile con il fortilizio di Pietrarossa (fig.3c)(2).
(2)Contratto di permuta del 25 giugno 1407 stipulato presso notar Lorenzo Noto da Catania inscritto in una conferma di questa permuta nei Registri della R. Cancelleria, an. VII, Indit. 1458 fol. 318.:
“Terram et castrum Calatanissettæ, tamquam rem propriamipsius Domini Regissitam et positam in præfata insula Siciliæ, in Valle Mazzariæ cum oneribus et singulis suis tenimentis, et districtu, ac fortilitio Pætræ Rossæ, et juribus, rationibus, iustitiis, vassallis, habitatoribus, territoriis, terragiis, vineis, nemoribus, et salinis et cum gabella tareni, quædicitur la gabella nuova, nec non viridariis, molendinis, aquis, aquarum decursibus, et molendinorum saltis, venationibus, piscationibus, et pertinentiis, acusibus, et requisitionibus ad prædictam Baroniam debitis et consuetis, seu de iure spectantibus, et quam libet pertinentibus” cioè la terra è la città di Caltanissetta, dove il castrum deve essere l’accampamento, l’acropoli, la cittadella e non il castello come si è sempre affermato, infatti subito dopo si parla appunto del fortilizio di Pietra Rossa che è pertanto altra cosa quindi diverso dal Castrum infatti c’e la congiunzione ac.
Nellaimmagine(fig. 3) la foto vista dallo stesso punto dell’affresco, cioè dal piazzale antistante la chiesa di s. Anastasia, viene confrontata con la sovrapposizione dei ritagli del panorama, estrapolati dai personaggi, lasciati come semplici sagome,in questo modo si dimostra che questi coincidono verticalmente con i punti indicati e dove si vedono anche i percorsi, uno dei quali rispreso dalle foto stereoscopiche di Sevaistre del 1860 (fig. 3h); la stessa operazione è stata fatta su una cartolina dei primi novecento(fig. 3d),che ritrae via Angeli ripresa dai ruderi del castello,(coincidente con un ritaglio del disegno del Riolo del 1844 (fig 4) e con la foto di Sevaistre (fig. 4a), visibile nel confronto della (fig. 4b),con sovrapposti,nella parte superiore i predetti ritagli per far notare la rispondenza, mentre utilizzando la stessa immagine della cartolina(fig. 3e) i ritagli, sono sovrapposti nei punti di riferimento; a titolo di esempio viene esplicitato un particolare ingrandito(fig. 3g) dove è evidente l’esatta coincidenza e corrispondenza con la chiesa di S. Giovanni.
A vederli riportati su una foto aerea, questi brani di paesaggio risultano come posizionati, in una unica linea (fig.3f).

Chiesa di S. M. degli Angeli (o la Vetere) e fortilitio Pætræ Rossæ XVI secolo
La fortezza di Pietrarossa e la chiesa di S. M. degli Angeli …. da un disegno in una pagina del manoscritto che rappresenta la costruzione prima del crollo del 1567

Dall’immagine(fig.3c)del panorama predetto si può passare ad un disegno rinvenuto nel settembre del 2009 all’interno di un libro manoscritto del XVIII sec. (‘’In NaturalemAristotelisPhilophiam’’ etc. conservato presso la biblioteca comunale di Caltanissetta ) che ho potuto identificare con certezza come la raffigurazione inedita del complesso palatino del “fortilitioPætræRossæ’’, prima del crollo avvenuto il 27 febbraio 1567.
Il disegno (fig. 5)non sembra parte integrante del manoscritto, sia per le caratteristiche della carta che risulta diversa, con le righe che per altra grammatura, ma un foglio sfuso (che pertanto può essere più antico o che riproduce un disegno precedente) che è stato poi rilegato con il resto in un unico volume
In primo piano si vede una costruzione che ho identificato come la chiesa di S. Maria degli Angeli con alle spalle il castello visto di taglio, da Nord, dalla collina di S. Anna.
La chiesa(2bis) è rappresentatacosì come si presentava dopo il primo ampliamento del XVI sec. della costruzione con la sopraelevazione della chiesa e del tetto e prima della costruzione dell’attiguo convento dei Padri Riformati (che qui non è visibile perché non ancora costruito)(2ter) .
E’ disegnata in prospettiva aperta, cioè con le tre facciate (laterale e principale e absidale) rappresentate complanari; sullo spigolo destro della facciata a capanna è rappresentato un piccolo campanile a vela, successivamente inglobato nella sopraelevazione, pertanto dopo è stato costruito un altro sul convento come si vede nei disegni del Riolo del 1844 (fig. 5d e 5e)
Il portale è disegnato con i soli conci a ghiera senza entrare nei dettagli decorativi; nella facciata laterale sono indicati quattro finestroni uno dei quali, l’ultimo lato facciata, occluso dai frati dopo il crollo del cantonale: questo finestrone fu riaperto durante l’utilizzo della chiesa da parte dei militari dopo la confisca del 1866-67 e rafforzato con mattoni di cotto che sono stati scambiati per una superfetazione e pertanto, anche questo, occluso dagli ultimi interventi che hanno completamente cancellato 145 anni di storia di occupazione e trasformazione dei militari.
Sotto i finestroni sono visibili sei triangolini che, secondo me, sono la rappresentazione stilizzata delle monofore ogivali presenti e occluse dalla detta camicia in muratura; di queste ne restano visibili solo una intera sulla destra e una in parte a sinistra del potale laterale occluso (portale che in questo disegno non viene neanche rappresentato perché non più utilizzato e quindi murato e pertanto ritenuto non significativo dall’autore del disegno). Sopra questi triangolinisi vede una fascia che sembra essere una risega della muratura originaria dove poteva esserci la merlatura (prima della sopraelevazione) che con l’abside e merlato costituiva una vera chiesa fortezza (vedi chiesa di Santa Maria della Valle, dettaBadiazza ME ecc)o essere a falde coperta dalle tegole, così come segnato per la fine della costruzione.

In questo periodo probabilmente la vecchia chiesa Normanna fu abbattuta e ricostruita o ristrutturata della quale ne possiamo osservarne le tracce in quella attuale, infatti qualunque sia l’epoca di fondazione l’epoca più propriamente riconducibile all’architettura è il periodo Svevo, sotto Federico II che la riedifica o la ristruttura probabilmente all’inizio del XIII secolo conferendole un nuovo assetto che comprende la ricostruzione dei portali.

A sinistra una torre,che, grazie alle ombre, si deduce essere circolare, merlata con basamento inclinato fortemente scarpato a dongione, sopra il quale si vede una apertura centrale, che non è l’accesso (che normalmente avveniva alla torri di questo tipo con scale di legno o corde retrattili), ma l’apertura di fondo considerato che questa non era una vera torre ma l’abside della chiesa originaria, infatti questa apertura oltre ad essere allineata con le monofore laterali (triangolini) è decorata come il portale principale; sopra si vedono altre due finestre racchiuse da archi con cimasa curva che sembrano essere delle bifore; torre non più esistente, in quanto demolita nella seconda metà del XVIII quando, per ingrandire la chiesa, la nuova abside viene ricostruita più ad est con forma poligonale (semi ottagono).(2quater)
(2quater)Questa torre, della quale sono visibili le fondazioni all’interno della chiesa, dopo i recenti interventi, è stata riconfigurata nel 1630 dal capomastro F. Nicolosi
Questo “scarpato” tipico di un muro di sostegno farebbe pensare a un probabile residuo di bastione con torre angolare della cinta muraria medioevale che racchiudeva la zona limitrofa al fortilizio.
Se osserviamo la foto scattata (prima dei restauri) (fig. 5a e 5b), pressappoco dallo stesso punto di osservazione del disegno, dalla collina di Sant’Anna, vediamo che le immagini sono simili e se procediamo alla sovrapposizione della foto con il disegno, si può notare una significativa corrispondenza (fig. 5c).
Queste immagini trovano riscontro nelle antiche foto: la prima del 1882 (quando viene affidato l’incarico, al fotografo nisseno Pietro Leone, di fotografare la chiesa di Santa Maria degli Angeli, dichiarata già da diversi anni “Monumento Nazionale”), ed utilizzata per il vincolo (L. 364/1909,notificato il 26/6/29 al Capitano Guastomacchia Gioacchino per”Il portale a sesto acuto di stile normanno, esistente sulla facciata dell’ex convento di S. Maria degli angeli, ora adibito a Magazzino Militare” che ritrae la chiesa con il piazzale terrapieno di settentrione, prima che venisse spianato per la costruzione nel 1881 dell’ingresso monumentale del nuovo cimitero su progetto dell’Architetto Comunale Alfonso Barbera, proprio a ridosso della chiesa in corrispondenza dell’abside raccordando così la via d’accesso con una delle più antiche strade medioevale che collegavano l’abitato al fiume (Imera meridionale ai paesi viciniori, denominata dei Mulini di Piazza (MolæPlatiæ), (fig. 5f) e dove lo scavo mette in evidenza lo gli strati di roccia che sembrano essere dello stesso tipo della puntara del castello e dove poggia anche la chiesa.
In questa foto si notano, sulla facciata le tracce dei salienti del tetto a capanna, le tracce del piccolo campanile a vela originario, le tracce di un grande arco a tutto sesto sopra del colmo originario, che sembra essere il ripensamento della realizzazione di un grande rosone, non più realizzato o ricollocato, e al suo posto è stato realizzato il grande finestrone, (manca il quarto finestrone in quanto occluso nella ricostruzione del cantonale crollato alla fine del XVIII sec., forse anche per motivi statici, di questa ricostruzione nell’immagine è visibile la cesura della muratura (in corrispondenza di dove era il quarto finestrone), e la diversa tessitura della muratura con gli orizzontamenti nella parte centrale, nella immagini (fig. 5g e 5h) la chiesa è già trasformata in caserma militare infatti nella prima (fig. 5g), (xilografia di Giuseppe Barberis del 1892, tratta da una fotografia pubblicata dal giornale “Le cento città d’Italia – nel Supplemento mensile illustrato del Secolo” di lunedì 25 aprile 1892.) già trasformata in caserma militare oltre a vedere le tracce dei salienti originari sulla facciata, si vedono le nuove finestre realizzate a piano terra per illuminare le camerate soppalcando la chiesa e utilizzando l’abside come scala di collegamento, si vede anche la quarta riaperta al primo piano;nell’altra foto dei primi novecento (fig. 5h), si vedono le nuove finestre verso il cantone e l’intonacatura della facciata che lascia a vista la parte bassa del cantonale attraverso una risega nell’intonaco e tutte le chiavi dei tiranti per irrigidire la struttura e si vede anche che è stato eliminata la cornice del timpano e occluso l’oculo.
Alle spalle della chiesa è visibile il fortilizio, nella sua interezza e dove si possono individuare ciò che ne rimane come la torre di vedetta (probabile puntatore solare puntato sul solstizio d’estate), dietro la croce della chiesa, dove i militi che vi abitavano, segnalavano, durante il giorno con specchi e fumi e di notte con fuochi, l’eventuale arrivo di invasori; dietro, una costruzione con merlature rotonde, che dovrebbe essere la terza torre in fondo. Al centro il mastio con la cisterna ni cimae tra questa e la vedetta la tettoia (della restano i fori delle travi nella roccia del mastio. A sinistra un’alta torre circolare della quale non abbiamo più tracce.
La chiesa in origine doveva avere l’aspetto di una costruzione normanna, in quanto nel suo aspetto architettonico sembra una vera e propria chiesa-fortezza
(2bis)Originariamente la piccola chiesa normanna(secondo una consolidata tradizione), che nel 1239, Federico II di Svevia con apposito decreto la erigeva in “Parrocchia della città e Reale Cappella della Casa Sveva”, retta da un cappellano regio, era dedicata a Maria Santissima Assunta: cambiato nell’attuale diS. Maria degli Angeli o (di S. Maria la Vetere)ia seguito della donazione del cinquecentesco dipinto della Madonna degli Angeli, rinvenuto. tra le rovine del fortilizio e oggi conservato nella Chiesa del Collegio di Maria,
Alla fine del XIII secolo, considerato che la chiesetta era divenuta insufficiente a poter accogliere i fedeli, visto l’aumento demografico della popolazione, si piò ipotizzare che i Lancia o Lanza, divenuti feudatari della città, fecero ingrandire la chiesa, inserendo quegli elementi architettonici tipici del periodo e decorando il portale settentrionale con lo stemma di famiglia costituito da un leone rampante in bassorilievo su lastra di marmo entro una sagoma a sesto acuto, indizio certo di abbellimenti dell’epoca sveva posti simmetricamente al portale (quello sopravvissuto è quello speculare), leone che vediamo anche nei conci di chiave delle finestrelle superstiti (da un’attenta analisi della muratura si vede che questi decori sono inseriti a strappo nella struttura preesistente
Dell’originaria architettura normanna rimane nella facciata il portale d’ingresso a sesto acuto con sguancio. con tre fasce progressivamente rientranti ornate da decorazioni scolpite a zig zag sorrette da tre colonnine su ciascun o in pietra arenaria, spicca sul paramento murario, oggi intonacato, mostra sottili vibrazioni chiaroscurali, quasi da ricamo, di ascendenza orientale

.Tra le macerie del diruto castello, furono rinvenuti, nel 1600, anche i resti di Adelasia, nipote del re Ruggero, la principessa vestiva un vestito di velluto verde con in capo una corona metallica
(*La Principessa Adelasia, nipote del Gran Conte Ruggero I,°. era figlia di Matilde, una figlia del GranConte che si era sposata con il Conte di Montescaglioso ,un certo RadulfoMachabeo.(questo toponimo potrebbe avvalorare l’ipotesi che la sua origine era ebraica dalla famiglia dei Maccabei) Rimasta orfana di padre nel 1099, seguì il fratello Ruggero Machabeo ch’era impegnato con il suo contingente armato facente parte dell’esercito normanno per la conquista della Sicilia.
Sappiamo che il Re Ruggero II° seguì la politica tracciata dal padre ed assegnò le terre o meglio i territori conquistati della città di Paternò ,Adrano, Collesano, Caltanissetta all’erede di Radulfo il Conte RuggeroMachabeo.
Nel 1119 si sposò con il nobile normanno Rinaldo Avenel ,figlio del Consigliere della Regina Adelaide il Conte normanno Riccardo.
Nel 1132 c. rimasta vedova Adelasia con i figli Adam e Matilde.
poi si ritirò nel suo Castello di Pietrarossa a Caltanissetta, .dove morì nel 1155 e fu sepolta nella cappella palatina di S Maia della Grazia, come si leggeva nella lapide apposta nel muro del coro della chiesa di San Domenico dove era stata traslata dopo il suo rinvenimento tra le macerie:
“Sereissima Adelasia Mathildes et Silvestri Marsicani filiaComitisRogeriineptisreligiosissimamuliergestiqueillustrisquæ A.S. MCLV obiit hic tumulata iacetcuiuscadaver capite corona redimito inventum in R. Calatanixectæ Castello PetræRubeæ A.D. MDC ed ide traslatum est factaricognitione in hancbasilicamquamfuditusdirutamnovamPriores et Patres magna animorum vi atquevigilantia”(F.Pulci Lavori sulla storia Ecclesiastica di Caltanissetta p. 379)
Nel 1601, l’arciprete Fabrizio Mozzicato, con atto notarile concede la chiesa di Santa Maria degli Angeli ai Frati Minori Osservanti .
Dopo che a causa delle sue ridotte dimensioni Intorno al1400 furono utilizzate altre chiese, senza che il parroco rinunciasse sull’antica sua sede fino a quando, nel1622 non verrà aperta al culto la nuova ciesa madre di Santa Maria la Nova che assumerà il titolo di cattedrale quando nel 1844 verrà istituita la nuova diocesi
Ricordiamo che per questi motivi, alla fine del XVI sec. la chiesa viene sopraelevata con la realizzazione dei finestroni superiori (possiamo ipotizzare che la navata originale fosse costituita da tre campate gotiche con volte a crociera e costoloni poggianti su peducci inglobati nell’edificio) e si realizza una copertura in legno con capriate

Questo quadro, che per le caratteristiche stilistiche credo quindi che possa essere attribuito della prima giovinezza di Antonello de Saliba, nipote di Antonello da Messina, pittore fecondo, forse più di quanto finora si è creduto. La figura della Madonna, seduta su un trono, è stilizzata geometricamente in forma piramidale alla maniera antonelliana; anche il Bambino ignudo, manifesta la spigliatezza ispirata dalle opere del grande maestro. Nel quadro vuole imitare lo zio non solo nella impostazione e delineazione della figura, non solo nel colore nel quale risaltano i nimbi d’oro della Madonna e del Bambino e degli angeli (il rosso della veste piegata ancora e l’azzurro del mantello), sono visibili alcuni ripensamenti come un piede in più nel primo angelo di sx , o le sfere sui braccioli dello scranno emersi con l’ultimo restauro ;:
Secondo il Pulcitra le macerie del maniero diruto, furono rinvenuti anche un altro quadro “La Madonna col Salvatore o delle Grazie” oggi scomparso,(che conferma il nome di Madonna della Grazia, della cappella del castello dove era stata sepolta Adelasia,) e il “Crocifisso dello Staglio” (oggi a S. Spirito) al quale nei restauri degli anni70, è stato asportato il colore azzurro e la bordatura dorata rendendo l’incarnato del Cristo simile al colore del legno stagionato .. .Mariano Auristuto nel suo “Le Meraviglie nella metamorfosi della Primavera in Verno 1728” a pg 162 dice “Si venerano però in detta chiesa un’immagine de SS. Crocifisso pinto in tavola nell’anno 1151 e un quadro della Regina Santissima pinto l’anno 1153” .
Fino agli anni ’50 la domenica in Albiss (la prima domenica dopo Pasqua) questo quadro veniva portato in processione con la statua d i” S. Duminichedda” ( della quale non si hanno più notizie- nè di quella vecchia né di quella nuova) chiamata dal popolino”acriata da beddamatri”, che dopo l’incontro, precedeva il quadro addobbata con un fascio di spighe in un braccio e un tralcio di fave nell’altra, i fedeli gettavano alle icone sacre mabciate di frumento, ceci, fave, orzo come auspicio per un buon raccolto – Michele Alesso “Il culto di Santa Domenica in Caltanissetta 1914”

(2ter)Nel 1601, la chiesa di Santa Maria degli Angeli venne concessa ai Frati Minori Osservanti che, grazie alle generose offerte della Contessa Luisa de Luna y Vega, costruirono il proprio cenobio nel1604. Con l’occasione, venne eseguito un riammodernamento ed ingrandimento dell’antica chiesa. Nel 1636 il convento dei minori subì un crollo parziale in seguito al quale fu approntata un’altra opera di restauro facendo uso, per ripristinare la parte crollata, delle pietre del vicino castello.Il convento iniziato nel 1602
Nel 1636 il convento dei minori subì un crollo parziale in seguito al quale fu approntata un’altra opera di restauro facendo uso, per ripristinare la parte crollata, delle pietre del vicino castello.
Per la costruzione del convento si utilizzano le pietre dei ruderi del castello e si cava la stessa puntara sulla quale è situata la fortezza che continuerà ad essere utilizzata fino a metà del XIX sec per interventi edilizi della città come:
la pavimentazione dell’ingresso principale della villa Isabella (oggi villa Amedeo) come si evince dalla relazione e computo dell’arch Gaetano Lopiano:”Il computo è estremamente preciso, scendendo anche nel dettaglio della soglia dell’ingresso, eseguita con pietra ciaca detta del giardinello del Castello degli Angioli bene squadrata, martellinata, ed assettata… Il battito della porta di ferro dell’uguale pietra intagliata semisferico, sogliata, di pal. uno di risalto, bene martellinato …Ccon uguale pietra ciaca eseguirsi il suolo nel camino delle girelle della porta bene squadrato con le riggettine cadute. -ASCL Archivio Storico del Comune. Decurionato, reg. n. 792, delibera n. 41 del 12.08.1827 o per la pavimentazione della strada rotabile del Monistero di Santa Croce la pietra “dovrà sbarbicarsi e tagliarsi dalla parte meridionale del castello di Pietrarossa” ASCL Archivio Storico del Comune. Decurionato, reg. n. 794, delibera n. 31 del 06.03.1831( da G. Saggio e D. Vullo un giardino borbonico dell’ottocento VILLA ISABELLA a Caltanissetta 1988 pagg. 29 e 37
nella seconda metà del XVIII i frati riconfigurano la chiesa allungandola dalla parte dell’abside e in questa occasione viene riorganizzata con la realizzazione di altari laterali secondo il nuovo stile barocco con stucchi nicchie e rincassi chenon coincidono con lo schema precedente indeboliscono la struttura e per consolidare il muro si procede rafforzando la muratura della chiesa originaria con una muratura a camicia esterna con archi di scarico come contrafforti per poter sostenere la sopraelevazione, e questi interventi coprono o distruggono le tracce dell’architettura sveva precedentetanto da occludere i portali laterali e le monofore (vedi portale laterale),anche perchè (forse la chiesa

Intorno al1400laparrocchiafu trasferita ad altre chiese, a causa delle sue ridotte dimensioni e, nel1622venne definitivamente assunta dalla chiesa di Santa Maria la Nova.

La Cittadella Hisn’ al. Giran L’immagine del vaticano del 1580 (con ipotesi riveduta e corretta)

Osservando con attenzione la rappresentazione che Egnazio Dante(3) fa dei “castelli” nel XVI sec. nella galleria delle “Carte Geografiche” che si trova in Vaticano(4)(fig 6) e i particolari man mano zoomati fino al particolare con la scritta(figg 6a, 6b, 6c),disegnata in base agli appunti e schizzi dei monaci inviati dal Papa Gregorio XIII in tutta Italia a rilevare le città con i castelli infatti si nota che questo dipinto non può essere il castello di Pietrarossa, come erroneamente è stato indicato da diversi autori e storici.
(3) Siamo nel 1581 (data che compare nella epigrafe inaugurale della galleria) sotto il pontificato di Gregorio XIII Boncompagni, duro e colto campione della Controriforma. Il luogo dove il pontefice “andava a passeggio per l’Italia senza uscire di Palazzo” fu costruito al terzo piano dell’ala di ponente dell’attuale cortile del Belvedere, vera e propria via aerea che ha su un lato i Giardini Vaticani e sull’altro il Cortile stesso. Supponendo che l’architetto dei Sacri Palazzi Ottaviano Mascherino abbia concluso i lavori edilizi fra il 1578 e il 1580, alla fine del 1581 la decorazione pittorica e plastica del “corridore” doveva essere finita.
Il responsabile del progetto e il vero regista dell’intera operazione fu il celebre cosmografo, geografo e matematico perugino Egnazio Danti cheinsegnava a Bologna dove anche il Papa aveva tenuto cattedra e pertanto non poteva dire di no alla richiesta del “collega” Ugo Boncompagni quando lo chiamò a Roma.
I lavori durarono tre anni e la Galleria risulta oggi un corridoio lungo 120 m, decorato da 32 carte di grandi dimensioni e 8 più piccole. Oltre alle carte geografiche e alle piante di città, che spesso sono incluse in trompe l’œil nelle carte stesse, il ciclo pittorico comprende scene di battaglia e 51 scene di miracoli che ricoprono la volta. Questo ciclo di affreschi è ovviamente la testimonianza del potere papale, dei possedimenti della Santa Chiesa, la quale aveva in mano i territori non solo dal punto di vista geografico ma anche spirituale.
(4)Lo scomparto della Sicilia è chiuso da una cornice con ai lati due erme (fig. 6). La carta rappresenta l’isola, ripresa come una veduta a volo d’uccello, con gli arcipelaghi delle Egadi e delle Eolie, Ustica e un breve tratto della costa calabrese.
L’isola è circondata dai mari Aphricum, Tyrrhenum e Adriaticum. L’immagine è orientata con il sud in alto, di modo che si abbia una visione della Sicilia come se fosse osservata da Roma.
La carta geografica viene così ad assumere, in questo caso, una delle caratteristiche proprie della pittura di paesaggio, che si distinguerà proprio per la soggettività del punto di vista.
Infatti non si trova alcuna coincidenza con le rovine dell’attuale castello (fig. 7a)(5) e l’ipotetica ricostruzione realizzata da Ettore Ballarini e pubblicata nel libro di M. Alesso: Il Castello di Pietrarossa del 1914a pag 13 (fig. 8), mentre ha molti riferimenti con la “cittadella” che potrebbe essere stata sulla collina della Provvidenza, come io ipotizzo, infatti osservando con attenzione l’affresco del Vaticano (fig, 7), nella parte centrale sembrano intravedersi degli edifici con copertura a cupola, che rappresentano il punto focale del complesso che sembra essere diviso in due parti con angolature diverse e che somiglia invece molto di più al Qasayr ‘Amra in Giordania, nome che significa “castello rosso” (fig. 7b) e che ci richiama anche il nome con il quale in dialetto il castello di Pietrarossa si è tramandato nella tradizione e nel linguaggio popolare: “a murra”.
Nell’immagine del Vaticano si vedono anche costruzioni che nel castello non possono esserci stati, come si vede nel disegno del manoscritto descritto prima, inoltre la parte più alta è rappresentata a sinistra mentre nel castello di Pietrarossa il mastio è al centro, e non può essere pertanto derivato da un diverso punto di vista.
Nella rappresentazione del Vaticano, con il nome “Calatanixetta”, viene indicata quella che era considerata già un cittadina e non semplice castello, tanto da essere rappresentata cinta di alte muraglie turrite (fig. 6).
Ritengo pertanto che il quartiere degli “Zingari”, “Zincàri” o “Cingali” (come lo definisce il Barrile)(6), dato ad uno dei quattro quartieri della città di Caltanissetta, da attenti studi e comparazioni non sia un nome che fa riferimento ad ebrei, zincàri, lavoratori dello zinco ecc. ma tragga il nome dalla “cittadella” murata che ivi si trovava che in arabo venne chiamata Hisn’ al. Giran, cioè fortezza delle grotte o della grotta (nome questo identificativo di diversi altri siti come Calascibetta nell’ennese, Piana degli Albanesi, ecc., luoghi caratterizzati dalla presenza di decine di grotte come si rileva da “Mediterraneo medievale: scritti in onore di Francesco Giunta, 1989 Volume 3 a pag. 890), ma questo è l’unico luogo dove ancora permane la percezione sonora di questo nome.
(5) Immagine dei ruderi del castello di Pietrarossa tratto dal libro di Mariano Auristuto del 1728: “Le Maraviglie nella metamorfosi della primavera in verno..”
(6)Cingali nel dizionario latino significa cinto recintato murato e quindi possiamo ipotizzare che su questa collina potesse essere un agglomerato cinto da mura.
Infatti se analizziamo attentamente questo nome: Hisn’ al. Giran, possiamo facilmente asserire che questo coinciderebbe perassonanza con il nome “Zingari” o “Zincàri” o “Cingali” dove troviamo le due radici: Hisn’ e “ghār”o “Giran (grotta), “hagar” (pietra) volte in Zine Gari..(7)
(7) Ricordiamo che Dal verbale del 17/05/1834 (ufficio trazzere – PA) parlando della Trazzera Delia – Bivio Pantanosi dice:
(…) dall’uscita di questo comune, strada dei Cappuccini, che sta a sud di questo comune, prosegue per la pinninata di S. Margherita, in cui vi esiste una trazzera pubblica; questa arrivata poco distante al vallonedei Pertugi, si diramano due trazzere pubbliche, una a destra e l’altra a sinistra, quest’ultima conduce alla comune di Canicattì, giungendo alla portella dell’ex feudo Ramilia sopra il vallone così nominato di S. Giorgio, si diramano una via pubblica che porta alla comune di Delia fine del nostro territorio (…)
Dalle piante catastali del 1878, all’interno dell’antico quartiere Zingàri, si nota un’anomalia urbanista nel regolare tessuto del quartiere, la dove alcune particelle catastali allineate con una angolatura diversa dalle altre formano un quadrilatero, del quale non ci è dato sapere se fosse un vuoto (cortile) o un pieno (costruzione). (fig.9)
L’inclinazione di questo quadrilatero è ruotato di alcuni gradi rispetto alla normale, quadrilato questo che occupa i due isolati subito a valle verso sud della chiesa della Provvidenza, tagliati appunto dalla via che dalla chiesa prende il nome, strada questa che sembra essere stata realizzata nel 1840, come si evince da una delibera di quell’anno e da altre degli anni successivi compresa quella del 1843 con la richiesta di indennizzo per danni subiti nella casa di una danneggiata, a seguito dell’apertura delle strade dette Giunta e Provvidenza.
Questa collina ha, a differenza degli altri siti viciniori, una visione a 360º con un cono visivo privilegiato verso il fiume Himera, delimitato da una parte dalla Serra della Difesa, dove si snodava il probabile sentiero di accesso; dallo sperone dove oggi restano i ruderi del “fortilizio di Pietrarossa” alla base del quale erano gli altri villaggi; e dall’altra serra dove lungo la valle si snodava l’altro sentiero che conduceva a IblaGelente (Piazza Armerina) che ancora oggi si chiama via dei mulini di Piazza.
Il confronto delle lunghezze stradali e quello dei fabbricati visibili, posti lungo la direttrice est – ovest che attraversava centralmente la cittadella, benché le fonti siano di epoche diverse, tra la veduta vaticana (1581) e il catastale del 1878, evidenzia una sostanziale coincidenza dei confini degli edifici.
Tale corrispondenza testimonia che l’autore dell’affresco aveva una conoscenza precisa diretta, o appunti reali, della struttura urbana della cittadella stessa e che la traspose nella propria opera d’arte.
Quanto illustrato fino ad ora dimostra come l’affresco di “Calatanixetta”, nelle carte del Vaticano possa essere considerato una fonte sostanzialmente affidabile per la ricostruzione storica della città. (fig. 10)
La collina è un tavolato lungo quasi mezzo chilometro e largo la metà con quote comprese tra i 607c e i 567c metri sul livello del mare, con una visione a 360° sul territorio.
Questo tavolato era facilmente difendibile poiché delimitato, ad est ed ovest, da due profonde depressioni percorse da due corsi d’acqua, rispettivamente il torrente Angeli – Avvento, affluente del fiume Himera e il torrente delle Grazie (o Fungirello) affluente del torrente Niscima, a sua volte affluente del fiume Himera; nei lati brevi, invece, a nord e a sud, si apriva sulla campagna dell’interno, in particolare a N degrada dolcemente verso la sella (piazza).
Dal confronto con la raffigurazione del Vaticano possiamo osservare come le mura della cittadella seguivano un primo tratto parallelamente il costone roccioso del tavolato (via XX Settembre e corso Umberto I), superando l’area occupata dalla cittadella, presso la quale si poteva aprire una porta verso est (foto 10). Da qui la cinta voltava verso ovest, seguendo la linea dell’odierna via Barone Lanzirotti, sulla quale si poteva aprire la porta verso Palermo salendo poi verso sud per via Palestro fino all’angolo S-O per ricongiungersi su via XX Settembre.
Ipotizzo che potrebbero essere ancora esistenti tracce delle torri angolari visibili nell’affresco: da qui la mia teoria della “Cittadella” che è stata pubblicata nel giornale “La Sicilia” del 21 settembre 2013 a pag. 25 nell’ampio articolo di R. M. Li Vecchi (fig. 11).
Infatti una di queste torri potrebbe essere quella corrispondente al cantone sud-est del palazzo compreso tra via Lanzirotti e via Gioberti. Infatti questo cantone potrebbe essere l’ultimo residuo di una delle torri del circuito delle mura che racchiudevano la cittadella araba: Hisn’ al Ghar o Giran dove era ancora visibile fino a poco tempo fa, prima di alcuni interventi “statici ed estetici”che l’hanno nascosto alla vista (fig.12bis).
Dall’esterno, la struttura, oggi, inserita in un edificio palazzato, ristrutturato nell’‘800, si presentava come se fosse di forma quadrata, per questo la identifico come Cuba che significa “casa quadrata”.
Al centro della parete laterale era presente (unico visibile rispetto ad eventuali altri sugli altri lati) un grande arco ogivale. (fig 12)
Entro tale arco è stata ricavata una finestra, mentre nella parte bassa era visibile al centro una apertura successivamente tamponata.
Come detto, la struttura è stata inglobata in un altro più complesso edificio, caricata da diverse superfetazioni, che ne hanno pertanto determinato un notevole schiacciamento e la conseguente “spanciatura” della muratura stessa.
Con i recenti interventi, sembra che sia stato ritenuto opportuno “incamiciare” tale muratura e conseguentemente l’arco, con un altro muro, nascondendo così l’arcone alla vista.
Cosa è cambiato con questo “intervento”? Nulla! Perchè è vero che prima l’arcone era a vista, ma nessuno lo vedeva o si rendeva conto della sua presenza, pertanto ora che è nascosto continua a non essere più visibile.
Questa teoria sulla cittadella mi ha indotto a ritenere che l’assetto viario nel periodo arabo e forse precedente fosse già di tipo ippodameo derivata dalla supposizione di una griglia ortogonale della quale restano le tracce dell’angolazione della chiesa e l’andamento perfettamente perpendicolare con essa dell’attuale via Martinez, posta perfettamente al centro di detta cittadella della quale poteva rappresentare il cardo (E-W).

Raffronto con affresco della cappella di s. Stefano in Cattedrale del XVII sec.

A proposito della Cittadella, sembra esserci un ulteriore riscontro in un affresco sulla parete laterale della cappella di S. Stefano nella chiesa di S. Maria la Nova (oggi Cattedrale) di autore ignoto (A. Rudolone1717 ?), mentre sappiamo che il quadro sull’altare è del pittore nisseno Vincenzo Roggeri (8)del 1653. In detto affresco possiamo osservare il santo mentre viene portato fuori le mura di Gerusalemme per essere lapidato(fig 12a).
(8)«Pittore oscuro e fin oggi ignorato anche nella sua Città natale», scrive chi l’ha da recente scoperto e rivalutato, il Prof. Antonino Ragona, le cui opere, egli dice a pag. 22 dello studio in nota citato, «mostrano in lui una rilevante capacità compositiva e narrativa che certamente supera i limiti del decorativismo e si impone all’attenzione anche come espressione di creatività autonoma»
Antonino Ragona in Arte ed Artitsti nel Duomo di Enna, Caltagirone 1974, a pag. 22 scrive: «Al Ruggeri si deve la sigla VR, da noi riscontrata in due tele raffiguranti S. Anna e S. Bonaventura, rispettivamente nel Duomo di Caltanissetta e nella Chiesa di S. Bonaventura in Caltagirone. Infatti nel secondo dipinto la sigla VR (Vincenzo Ruggeri) è seguita dalla scritta: Calt. P., cioè «da Caltanissetta pinse».
Sullo sfondo si vede una rocca che sembra sovrastata da una città, che dovrebbe rappresentare Gerusalemme: la sagoma somiglia al disegno del Vaticano. (fig.12b e12c). Già ad occhio nudo è possibile vedere che l’affresco è stato ritoccato, infatti sotto lo strato di colore del cielo si intravedono altre costruzioni: sarebbe opportuno fare indagini approfondite sottoponendoli all’analisi diagnostica ai raggi UV., ed eseguire un restauro attraverso la rimozione dei colori sovrapposti e recupere l’immagine sottostante (fig. 12 d).

Battaglia di Caltanissetta 9 luglio 1718

Altra immagine indicativa, nota ma che gli storici locali hanno ritenuta fantasiosa in quanto non sono riusciti ad identificare il luogo rappresentato, in particolare per la presenza della colonna in primo piano, è la cartolina militare di fine ottocento che rappresenta “la battaglia di Caltanissetta del 1718” (fig.13)avvenuta durante il periodo nel quale la Sicilia era stata attribuita aVittorio Amedeo II di Savoia (1713-18) (9)e grazie alla quale assume il titolo di Re ed il loro ducato diventa Regno.
(9) Dopo i secoli di dominio esercitato dai Viceré spagnoli, la Sicilia, in seguito alla conferenza di pace di Utrecht ed al conseguente Trattato con “titolo e dignità di regno” venne assegnata dalle nazioni europee vincitrici nella guerra di Successione spagnola, ai Savoia a compenso della loro attiva partecipazione al conflitto. Pertanto Vittorio Amedeo II il 24 dicembre 1713, prende il titolo di Re di Sicilia.
Tuttavia nel 1718, quando la Spagna tenta nuovamente di riappropriarsi della Sicilia, trova il consenso dei nobil, e costringe i Savoiardi nell’interno dell’isola.
Con i moti del 1848, il Parlamento Siciliano dichiara decaduto Ferdinando II di Borbone, perché re anche di Napoli. Al suo posto è chiamato il duca di Genova Alberto Amedeo di Savoia, secondogenito di Carlo Alberto re di Sardegna, quindi dai fatti denunciati sopra, possiamo dedurre che la Sicilia già 12 anni prima dello sbarco del mercenario Garibaldi e dei mille, anche se per un breve periodo di tempo (13 aprile 1848 – 14 aprile 1849 ) fùgià dei Savoia.
Nella cartolina viene rappresentata la battaglia che il conte Maffei, con la carica di vicerè (sabaudo) affronta con i cittadini di Caltanissetta fedeli al re Filippo V di Spagna, quando,costretto ad uscire da Palermo per dirigersi a Siracusa dove fortificarsi, fu costretto a fermarsi a Caltanissetta per rifornirsi del vettovagliamento necessario per i 5000 savoiardi.
Una missiva da parte del capitano spagnolo don Giovanni Gravina duca di San Michele, arriva al Capitano della Milizia Urbana per quell’anno (che era per legge un nobile e non un artigiano come falsamente viene detto), don Giuseppe Calafato, che ordina a nome di Filippo V, di negare il passaggio e i viveri alle truppe del Maffei, trattandolo da nemico.
Il Maffei allora rimandò il proprio l’ambasciatore per chiedere di fare passare le truppe disarmate, offrendo un ufficiale come ostaggio, e di pagare le provviste a giusto prezzo.
I Magistrati erano d’accordo, ma il popolo si oppone. A questo punto il Maffei, aiutato da alcuni traditori che gli indicano un’altra strada, avendo la necessità di entrare in città per rifornirsi di viveri e munizioni, il 9 luglio aggira le postazioni di guardia e si avvia alla porta dei Cappuccini da dove fa entrare il barone di Faverges con 1000 soldati tra fanti e cavalieri, dirigendosi verso il centro, dove si sarebbe dovuto incontrare con gli altri soldati.
Però proprio nella piazza della Matrice, il barone fu colpito da una fucilata cadendo morto.
Si tramanda che la fucilata sia partita dall’allora unico campanile della chiesa madre.
Questa tragedia portò a trattative, il popolo fu rasserenato, il bottino che i savoiardi avevano accumulato, depredando la città fu restituito, fu dato il vettovagliamento necessario così i Savoiardi poterono lasciare la città.
In tale rappresentazione con i cavalli il fumo i morti mi ha consentito di individuare, con estrema precisione, anche grazie alla descrizione dei fatti storici descritti nella lettera del Roggeri (10)così il palcoscenico della battaglia è “a chiazza” con nello sfondo lo scorcio di: “a strata ‘ranni ammuntataversu i putieddi” e lo skyline della chiesa di S. Giuseppe con il suo campanile.(con a dx un’altra cuspide che potrebbe corrispondere alla torre dell’arco- oggi inglobata ne palazzo Lanzirotti- si nota pure una cupola a cipolla che, secondo i riferimenti prospettici potrebbe coincidere con la torre di via Mazzini)
(10) Nelle pagg. 268/69 del libro “Prospetto della Storia Letteraria di Sicilia nel secolo decimottavo” dell’abate Domenico Scinà, Regio Storiografo- vol III stampato in Palermo dalla Tipografia Reale di Guerra 1827 viene specificato:
“Ma è da far particolare menzione di Camillo Genoese da Caltanissetta barone di Babbaurra, che culto d’ingegno ed istruito di antichità si corrispondeva col Gaetani di Siracusa, e con altri eruditi, ed a promuovere i buoni studii nella sua patria si affaccendava. Moltecose egli scrisse che inedite sono rimasse ma stampata si legge negli opuscoli siciliani la breve storia de’ fatti accaduti nel 1718 tra i cittadini di Caltanissetta e cinque mila Savoiardi, che col conte Maffei, vicerè per Vittorio Amedeo, si ritirava da Palermo afforzandosi nella piazza di Siracusa”(1)
1) Vedi il tom. V pag. 301 della seconda raccolta di questi Opuscoli. E sebbene la lettera porti il nome del domenicano Vincenzo Ruggioro suo zio, ch’era stato testimonio dell’occorso, volle a nome di lui pubblicarne la storia.

La descrizione e i documenti sulla battaglia dei Savoiardi del 1718 sono pubblicati anche nel libro di Giovanni Mulè Bertolo “Caltanissetta e i suoi dintorni” del 1877 – pagg 81-87 e anche su “Caltanissetta nei tempi che furono e nei tempi che sono” del 1906 pagg, 215- 228 dove è trascritta la lettera del P. Vincenzo Ruggiero da Caltanissetta Lettore/ teologo dei pp. Domenicani/ ad un suo amico/ su L’occorso in Caltanissetta/ tra cinque mila savoiardi e li cittadini di essa città /a 9 di luglio dell’anno 1718.
Questa lettera, già pubblicata la prima volta nella Nuova raccolta di episodi di autori siciliani (Pal. 1792, tomo V, pag.303 a 332), indi in un opuscolo in 8.° senza data e senza nome di luogo e di tipografia, ed oggi nella Biblioteca storica e letteraria di Sicilia, ossia raccolta di opere inedite e rare di scrittori siciliani dal XVI al XIX per cura di Gioacchino Di Marzo (Pal. 1872, volume XII, pag. 285 a 298), benché comparisca sotto il nome del p. Vincenzo Ruggiero da Caltanissetta, è opera del barone di Babaurra e Renda Camillo Genovese, come afferma Domenico Scinà nel Prospetto della Storia letteraria di Sicilia nel secolo XVIII. Il Genovese volle darle il nome dello zio p. Vincenzo Ruggiero, perché aveva ricevuto il racconto da lui ch’era stato testimonio oculare dei fatti, i quali vi si descrivono. L’illustre ab. Gioacchino Di Marzo giudica tale lettera pregevole documento di storia, poco noto e rarissimo, che dà compimento alle notizie de’ fatti di quel tempo, con molti particolari, che non si trovano altrove.
In primo piano a sinistra si vede una colonna sopra un muretto, che ritengo essere parte del protiro che doveva esserci davanti l’ingresso della Chiesa Madre, e dietro il quale s’intravede l’apertura laterale destra, oltre si vede uno spazio libero recintato che coincide con l’area della casa Genovese, (manca totalmente casa “Cascino” e la base del campanile destro), subito dopo la casa “Filipponeri-Conti” (ex società Regina Margherita) con le finestre prospicienti l’area di casa Genovese, oltre ancora palazzo Trabonella, ecc. in prospettiva si vedono i profili degli altri palazzi come palazzo Salamone(figg. 14 e 15).(11)
(11) Dai documenti sappiamo che a quel tempo la chiesa madre non era ancora rifinita infatti gli affreschi del Borremans sono del 1720 e per la facciata si deve aspettare il 1782, data incisa nell’attico tra il I e II ordine sotto l’oculo del campanile sinistro, quando si adempie il volere del lascito delle sorelle Inguardiolagiusto l’atto rogato il 4 gennaio1757 da Not. Stanislao Castrogiovanni.
Quando si eseguono tali prescrizioni: si fece con nuova fabbrica allungare la Cappella della Madonna dei Monti per adattarvi, come di fatto avvenne, il piccolo coro per la recita del divino ufficio ne’ tempi invernali (oggi trasformata in cappella del Sacramento???!!!) e colle somme accumulate dopo 15 anni si eseguì la fusione della più grande campana, prima posta nella unica torre campanaria, a sinistra del nostro Duomo, dove stette fino al 1852; nel 1840 si progettò il completamento della facciata con la realizzazione di un secondo campanile secondo il disegno di Gaetano Lo Piano, completati dal figlio Agostino da come si evince nella Delibera n, 90 del 1855 ottobre 17; (A.S.CL – A.S.Comune CL – Decur. Del. – busta n. 818) sulla richiesta di pagamento per l’acquisto di oggetti necessari alla “costruzione e completamento dei due campanili di questa Cattedrale”.Fatta dell’ingegnere Comunale Signor Agostino Lopiano:
dove nel 1853 quando fu completato, si spostarono tutte le campane, ad eccezione di quella di S. Michele, destinata alle chiamate istituzionali e di emergenza, restò in quello di sinistra (non più utilizzata per tali scopi).
La facciata a tre corpi della chiesa rendeva visibile la partitura interna a tre navate, con il profilo a salienti che seguiva le diverse altezze.
Al protiro si accedeva attraverso tre gradini (come si vede nell’immagine) ed era sorretto da due colonne e due semicolonne addossate alla facciata, poste sopra due muretti, congiunte lateralmente dall’architrave e, (ipotizzoper similitudine) da un arco a tutto sesto sul davanti, è coperto da larghi spioventi (appinnate) coperte da tegole. Tra le colonne s’intravede l’apertura laterale corrispondente la navata di S. Michele (dove sull’architrave ligneo della porta è incisa la data 1720) (fig. 15a).
La quota originaria della piazza doveva pertanto essere più bassa rispetto l’attuale di circa cm.50 – 80 (considerando i 4-5 gradini potevano essere di circa 20 cm ognuno, per un totale di cm 80-100, più il gradino di soglia di altri cm 20; il gradino di soglia era quasi interrato nel marciapiede ed oggi è stato inglobato dall’attuale pedana della piazza che è variabile di circa 20-30 cm, pertanto restano interrati i quattro o cinque gradini.
Lo stesso particolare dello spigolo del protiro con la colonna, si vede nell’incisione (fig. 16) che racconta uno dei “miracoli” attribuiti a Fra Francesco Giarratana, relativo all’ammansimento di un leone fuggito dal serraglio dei Moncada
A conferma della veridicità di tale fatto c’è anche un riscontro nel manoscritto delle monache Benedettine di Santa Croce di Suor Brigida (citato dallo storiografo della chiesa nissena Francesco Pulci nel suo“Lavori sulla storia ecclesiastica di Caltanissetta” del 1977 a pg. 387 nota (23) così scrive riferendosi alle processioni figurate in particolare a quella dell’Invenzione della Croce.
«Or fu in una di queste processioni che un leone, il quale si tenevano i Moncada nella corte del loro palazzo, essendo in quel con lui e a lambirlo tra l’immenso terrore della gente che fuggendo evita d’incontrarsi colla fiera; ma proprio in quel punto si avvicina un frate laico cappuccino, che chiama asè il leone, il quale gli si avvicina ubbidiente. Il frate toccando la giubba lo sgrida per lo spavento apportato al popolo; indi passandogli al collo il cordone e per quello tenendolo lo ricondice alla gabbia d’onde era scappato. (…) e vi si dice essere accaduto in persona di Fr. Francesco Giarratana ch’è appunto quegli che fu graziato dalla visione di S. Michele»
Anche se non viene citato l’anno, che possiamo datare intorno alla prima metà del XVII secolo periodo questo che vede la presenza del frate nisseno anche con riferimento all’apparizione di San Anche se non viene citato l’anno, che possiamo datare intorno alla prima metà del XVII secolo periodo questo che vede la presenza del frate nisseno anche con riferimento all’apparizione di San Michele.
Fra Giarratana si spense nel 1645: «Il suo cadavere – scrisse il p. Pellegrino da Forlì – esposto al pubblico fu oggetto di grande venerazione; e chi tagliava l’abito e chi un pezzo di fune, chi i capelli e di altre cose che fossero attorno alla bara, per averne memoria»

L’attuale portale della Cattedrale deve essere visto, pertanto, come la rivisitazione del protiro originario, schiacciato sulla facciata dove restano in primo piano le colonne su alto plinto e l’arco del protiro.

In altra occasione continuerò questo elenco eavrò modo di dare altri contributi e spunti di riflessione per la conoscenza di luoghi e fatti che riguardano lo sviluppo e la storia della nostra città.

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