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Strage di via D’Amelio, le motivazioni: “Uno dei più gravi depistaggi della storia”. E i misteri sono ancora tanti

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“Uno dei più gravi depistaggi della storia giudiziaria italiana” con protagonisti uomini delle istituzioni. Lo scrivono i giudici della Corte d’assise di Caltanissetta nella motivazione della sentenza del quarto processo per la strage di via D’Amelio, conclusosi il 20 aprile 2017. Una motivazione lunga 1865 pagine, depositata nel tardo pomeriggio di sabato, in cui i giudici sottolineano il comportamento di alcuni investigatori che avrebbero “imbeccato” alcuni falsi pentiti, suggerendo loro cosa raccontare sull’attentato del 19 luglio ’92 in cui morirono l’ex procuratore aggiunto di Palermo Paolo Borsellino e gli agenti di scorta Agostino Catalano, Emanuela Loi, Walter Eddie Cusina, Claudio Traina e Vincenzo Li Muli. Quel giorno furono condananti all’ergastolo i boss Salvo Madonia (presunto mandante), Vittorio Tutino (ritenuto uno degli esecutori), a 10 anni ciascuno i falsi pentiti Francesco Andriotta  e Calogero Pulci per calunnia e la stessa accusa fu dichiarata prescritta per Vincenzo Scarantino, visto che gli venne riconosciuta l’attenuante di essere stato indotto a fare dichiarazioni sulla strage che coincidessero con la tesi accusatoria.

I giudici parlano di “poteri esercitati in modo distorto” e solo dopo un quarto di secolo si è arrivati a scrivere un “pezzo” di verità sulla stagione delle stragi. Perché di punti oscuri ce ne sono ancora tanti, troppi. Sul depistaggio è aperto un altro filone di indagine che vede coinvolti i poliziotti Mario Bo, Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo.

Una vicenda delicata e complessa quella che riguarda il depistaggio e  durante il processo gli ostacoli non sono stati pochi, anche quando i pm hanno sondato il terreno durante il processo. Tanti investigatori sono saliti sul pretorio per parlare della gestione di Vincenzo Scarantino e sono stati tanti… troppi… i “non ricordo”, “non so”. Tant’è che non sono mancate le scaramucce tra le parti e i testi, in alcuni casi persino “invitati” ad avere rispetto delle divise che indossavano.

 

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