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Una riflessione su generazione e rigenerazione di Marina Castiglione

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Rigenerare è una bellissima parola. La Treccani, in prima accezione, riporta: «In senso sociale, morale o religioso, rinascita, rinnovamento radicale, redenzione che si attua in una collettività: r. morale, civile, politica di un popolo, di una nazione, della società; o anche in un individuo o in un gruppo: la r. di un traviato, di una famiglia corrotta; r. dal peccato, come rinascita alla vita dello spirito, attraverso la liberazione dalla colpa (nella teologia cattolica è il principale effetto del battesimo: in questo senso, rigenerazione è il termine corrispondente al lat. regeneratio che nella Vulgata traduce il gr. παλιγγενεσία «palingenesi»).» Senza aspirare o indurre a rigenerazioni che attengano alla sfera più privata, è bello pensare che questa possa essere una parola ispiratrice di un programma politico.

La famiglia semantica di genus -nĕris «stirpe, nascita» è la stessa di ghenos, genìa, genitore, gene, perfino di gente, gentile, geniale, generale, generoso. Una parola attorno a cui costruire valore e valori, attorno a cui ripensare a ciò che non va nel nostro stare insieme (manca la gentilezza? difettiamo in generosità? non ci interessa ciò che attiene all’interesse generale?), ma soprattutto attorno a cui proiettare una rifondazione del ghenos, del ricrearci gli uni grazie agli altri. Forse del sentirci genitori, madri e padri, di questa comunità.

La banalizzazione delle parole, però, è sempre un rischio dietro l’angolo. L’accezione, riduttiva e semplicistica, con cui spesso si impiega il termine “rigenerazione” è quello legato alla sistemazione di un angolo di quartiere, magari con un murales o una panchina, con un evento occasionale o una pianta ornamentale. Se ci dovessimo attenere a questo recinto definitorio, di tipo urbanistico, allora l’intera città andrebbe rigenerata e, prima ancora, generata. Come il parto di Atena, Caltanissetta avrebbe bisogno di chi la pensi e pensandola la (ri)generi.

Interi spazi della città attendono da anni e persino da secoli di essere prioritariamente generati. Incompleto Palazzo Moncada sin dal XVI secolo; diruto e abbandonato il castello di Pietrarossa; vandalizzata e non fruibile Sabucina. Avvicinandoci nel tempo: attende ancora un completamento e una funzionalizzazione stabile il centro polivalente Michele Abbate; profanato dalle immondizie il santuario del Redentore; incompiuti alcuni impianti sportivi; ombreggiante sulla carta il parco Balate-Pinzelli.

La rigenerazione nel senso in cui se ne parla in questi giorni potrebbe riguardare, invece, i nostri borghi rurali, il villaggio di Santa Barbara, i quartieri storici, gli antichi abbeveratoi all’ingresso della città, la Strata a foglia. Ma la stessa rigenerazione funzionalizzante presuppone un passaggio prioritario, che è quello della rigenerazione del nostro rapporto con la città e con la comunitas: e quindi ritorniamo alla prima accezione, che è il vero problema.

E dunque, prima di mettere le tende e ridipingere le pareti, servirebbe avere fondamenta e mura e, soprattutto, ridare dignità ai luoghi attraverso semplici ma necessarie operazioni di pulizia, scerbamento, ordine, rispetto. E come ogni casa comune che si rispetti, servirebbe una famiglia che la curasse.

Ma certamente è più rapido e visibile recuperare un angolo (e quindi “rigenerare”), piuttosto che cominciare un lavoro serio sul nostro modo di essere genitori della città (e quindi “generare”), senza essere disfattisti e distratti.

Marina Castiglione

 

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