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Montante, ecco le carte sui rapporti con i giudici (“assolti” dall’imputato)

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I rapporti «più o meno istituzionali» di Antonello Montante con «molti magistrati del distretto nisseno» – alcuni gli avrebbero chiesto «l’interessamento» per «una possibile sistemazione lavorativa di parenti e amici», ma anche per «la propria carriera» – configurò, «in assenza di altri elementi di difficile accertamento», una condotta che «per quanto discutibile, non può certo ritenersi penalmente illecita». Sei pagine. Una data: 18 novembre 2016. Due firme: Carmelo Zuccaro e Rocco Liguori, procuratore e sostituto di Catania.

È l’archiviazione, disposta dalla Procura etnea, del fascicolo (senza indagati né ipotesi di reato) di atti relativi ai «contatti» fra Montante e dieci magistrati citati in un dossier sequestrato dalla squadra mobile di Caltanissetta nella villa dell’ex leader di Confindustria Sicilia in una perquisizione del gennaio 2016, nell’indagine per concorso esterno alla mafia. Nella «stanza della legalità» – come la definì, in un’intercettazione, lo stesso Montante, ora a processo per associazione a delinquere finalizzata a corruzione e spionaggio – gli agenti trovarono, all’interno di alcuni «dispositivi elettronici in uso all’imprenditore e a un suo stretto collaboratore», una serie di cartelle contenenti “file” relativi a «rapporti» con alcuni magistrati che sono stati in servizio a Caltanissetta. Ovvero: Salvatore Cardinale (all’epoca presidente della Corte d’Appello), Giuseppe Barcellona e Roberto Scarpinato (rivestirono entrambi il ruolo di procuratore generale), Claudio Dell’Acqua (ex presidente del Tribunale), Sergio Lari (ex procuratore capo), Lucia Lotti (ex procuratore di Gela), Domenico Gozzo (già procuratore aggiunto), Lirio Conti (è stato gip a Caltanissetta), Antonio Porracciolo (all’epoca presidente di Sezione) e Luigi Leghissa (era sostituto procuratore).

La Procura di Caltanissetta trasmise gli atti a Catania, competente per territorio, «al fine di verificare eventuali illeciti penali», e inviò una nota al procuratore generale per l’ulteriore inoltro al Csm sugli aspetti disciplinari. Entrambe le inchieste ebbero la medesima conclusione: l’archiviazione.

Ma ora il fascicolo, tirato fuori dagli armadi, irrompe nel processo di Caltanissetta. Depositato agli atti, su richiesta di Pierfrancesco Bruno, avvocato del generale Luigi Esposito, uno dei super “spioni” imputati con rito ordinario.

Al di là dell’iter processuale, la discovery ha un effetto collaterale: permette di scoprire cosa ci fosse in quel dossier di Montante. Ma anche di sapere come lo stesso ex paladino della legalità (interrogato dal pm di Catania, Liguori, il 28 ottobre 2016) spiegò quegli “appunti”, meticolosamente presi e poi conservati, e i legami con i magistrati. Un’«evidente reticenza», la definisce il procuratore Zuccaro nell’archiviazione. Perché l’ex leader confindustriale, che «nella maggior parte dei casi negava di aver ricevuto curricula o richieste di interessamento da parte dei magistrati», così «smentendo quanto da lui stesso annotato o quanto emergente da email provenienti dai magistrati stessi»), inoltre, «impediva di comprendere se alle segnalazioni fosse seguito un effettivo e incisivo intervento del Montante, eventualmente, nel corso dell’espletamento di pubblici concorsi».

Dunque è l’imputato a “scagionare” molti dei magistrati di cui, anche davanti ai pm che lo hanno fatto arrestare, s’è spesso autodefinito «amico». A partire da Cardinale. «Non mi ha mai segnalato nessuno», dice a Liguori. Sconfessando un appunto del 2011 «con consegna dei curricula» della figlia e del nipote del giudice, in pensione dal 2017. E una brochure in cui «risultava evidente – scrive Zuccaro – il coinvolgimento della figlia» del giudice «in un progetto patrocinato da Confindustria Sicilia». Fra gli atti sequestrati, un post-it con la scritta «Dic. 2012 figlia Cardinale» e una presentazione in PowerPoint con il logo del Cerisdi in cui lei risulta, in qualità di ricercatrice, fra le «risorse coinvolte». Montante nega anche di aver ricevuto dal magistrato la segnalazione su un operaio, archiviata con la dizione «Per Catanzaro»; ovvero Giuseppe, suo successore in Sicindustria e imprenditore nel settore dei rifiuti.

Nel dossier anche Scarpinato, oggi pg a Palermo. Fra le tante annotazioni custodite da Montante, ce n’è una del 3 maggio 2012 con la dicitura «Scarpinato mi consegna composizione del Consiglio Csm con i suoi scritti per nuovo incarico… Procura Generale Palermo + Dna»; rinvenuto anche un foglio con la composizione del Csm e accanto a ogni nome la «corrente giudiziaria o il partito politico di riferimento». Ma Montante su Scarpinato (che ammette di aver visto «sempre per finalità istituzionali e anche se a volte ci siamo incontrati a casa sua è stato sempre per parlare di lavoro e di strategie di lotta alla criminalità») è tranchant: «Non mi ha mai parlato della sua candidatura a procuratore generale di Palermo, né mi ha chiesto di intervenire a suo favore». Chiarito anche il riferimento alla piantina di un’abitazione a Caltanissetta «di proprietà dei parenti» del giudice, fra gli atti sequestrati. «Ho saputo per caso che la sua famiglia aveva una casa in vendita al centro – ricorda Montante – e, come privato, mi sono anche interessato per l’acquisto, ma dopo aver visto la piantina non se ne fece nulla perché non era di mio interesse».

Nella parte su Lari, oltre all’elenco di appuntamenti «per lo più istituzionali», anche la «presunta consegna», il 21 novembre 2014, del «curriculum del figlio di un uomo della sua scorta morto». Montante ammette: «Mi segnalò il figlio di un carabiniere che era morto, ma io non ho potuto fare nulla per lui perché mancava di specifiche professionalità». Il rapporto con Lari, dal 2018 in pensione dopo aver chiuso la carriera da procuratore generale, Montante lo definisce «di amicizia e di frequentazione oltre che istituzionale», rivelando che «ci diamo del tu». Si tratta, a onor del vero, del procuratore che guidava i pm che indagarono per mafia l’imprenditore. Che ammette di essersi offerto di dare «un’aggiustata» a una «vecchia bicicletta storica» (nel dossier c’era la foto di una “Legnano” «in cattivo stato di manutenzione») dopo che Lari gliene parlò.

La cartella su Gozzo, oggi sostituto alla Procura generale di Palermo, viene definita «scarna» dal collega Zuccaro. Oltre a «pochi incontri», sempre in compagnia di altri magistrati, l’unico dato meritevole di approfondimento è l’appunto, il 18 ottobre 2011, su un sms «per segnalare la ditta individuale del suocero», con contestuale appuntamento alla Camera di Commercio nissena, di cui Montante era presidente. «Non mi ha mai segnalato qualcuno», dice però al pm di Catania, assicurando di non conoscere né il suocero né la moglie del giudice. Stessa linea sul “file” riguardante Conti, oggi giudice a Gela. E la presunta segnalazione con un nominativo appuntato «per Ragusa-Taverniti (Enzo, dirigente confindustriale, ndr)»? «Mai ricevuta». Nessun riscontro neanche su Dall’Acqua, oggi in pensione: annotazioni di appuntamenti con figlio e nuora, quest’ultima poi consulente camerale «per i progetti perequativi». ma «non su segnalazione» del suocero ex giudice. Allo stesso modo, Montante smentisce che dietro alla delibera di “comando” alla Camera di Commercio di una dirigente dall’Asp ci fosse la richiesta del fratello dell’interessata, il giudice Porracciolo: «Mai incontrato da solo, mai ricevuto segnalazioni». E pure sulla cartella relativa a Lotti, oggi procuratrice aggiunta a Roma, l’ex capo di Sicindustria alza il muro: «La dottoressa non mi ha mai segnalato nessuno», risponde, giammai «un appartenente alle forze dell’ordine per un concorso pubblico interno». La domanda del pm Liguori riguarda la circostanza che, «in una delle tante e-mail scambiate», ci fosse «uno specifico riferimento» a un ispettore di polizia nisseno, con dati anagrafici, risultati dei primi test, e indicazione delle «prove scritte da esperire» in un concorso per commissario.

Montante, interrogato, ammette alcune richieste, comunque non andate a buon fine. Quella di Leghissa, oggi alla Procura generale di Trieste, citato in un appunto su una cena con presunta consegna del curriculum del figlio archiviato con la dicitura «per centro studi Confindustria». E al pm conferma: «Mi parlò del figlio che era molto in gamba e non riusciva a trovare lavoro, ma anche in quel caso io non sono riuscito ad aiutarlo in alcun modo».

Nella cartella su Giuseppe Barcellona c’è un’annotazione del 24 aprile 2011 sulla nomina dell’ex pg di Caltanissetta (in pensione dall’anno prima) nel collegio arbitrale della CamCom. Montante al pm di Catania riserva un «non ricordo», ma esclude che dell’atto se fosse occupato il figlio, Guido Barcellona, nonostante sia segretario generale della Camera nissena, «vincendo un concorso pubblico – risponde a precisa domanda – per cui io non avevo possibilità di intervento», e «di certo non me lo ha segnalato il padre». L’ex paladino della legalità, dunque, “assolve” tout court i Barcellona: il padre non raccomandò al vertice camerale il figlio, che poi non si occupò della nomina del genitore.

Fin qui l’incrocio fra i “pizzini” di Montante e le smentite sotto interrogatorio. Zuccaro arriva alla conclusione di «fatti non costituenti notizia di reato»: l’archiviazione è disposta quasi due mesi dopo l’apertura, il 29 settembre 2016, di un “modello 45” che non necessita del riscontro di un Gip. E «a prescindere da ogni valutazione di natura disciplinare sull’operato dei magistrati coinvolti nella vicenda, non di competenza di questo Ufficio» (ma neanche il Csm riscontrerà alcunché), «il materiale raccolto non consente di ritenere integrato neanche il sospetto di consumazione di reati, non essendo, di certo, all’uopo sufficienti le annotazioni del Montante».

Anche perché, riflette giustamente il procuratore di Catania, eventuali «rapporti non istituzionali» potrebbero essere «finalizzati» dall’indagato per mafia a «ottenere una “copertura” giudiziaria al fine di screditare eventuali tesi accusatorie nei suoi confronti (come effettivamente verificatosi)», come si legge nell’archiviazione.

Quella di Zuccaro è una profezia giudiziaria che si è avverata. L’acquisizione del fascicolo (compreso il verbale dell’imprenditore che “assolve” i magistrati), chiesta dall’avvocato di un altro imputato, è un’azione – giusto per essere chiari – che rientra in una complessiva strategia difensiva, adottata soprattutto dai legali dello stesso Montante, che punta a “spogliare” il tribunale nisseno della competenza per un presunta incompatibilità ambientale. È pendente in Cassazione un’istanza di rimessione del processo per legittimo sospetto: in attesa della pronuncia (prevista per il prossimo 19 febbraio), il gup Graziella Luparello ha sospeso le udienze. Il procuratore Amedeo Bertone, che ha coordinato le scrupolose indagini della Mobile, s’è sempre detto «sereno».

Tanto più che, sui 10 magistrati citati nel fascicolo archiviato, ben nove – fra pensionamenti e trasferimenti – non sono più a Caltanissetta. E l’unico rimasto, Porracciolo, presiede il Tribunale dei minori. Che tipo di «condizionamento» può esserci oggi? Anche per questo Bertone è convinto dell’infondatezza della tesi difensiva sul «pregiudizio» delle toghe nissene. Sarà la Suprema Corte, in base ad altri elementi, a decidere. Fra pochi giorni.

E i rapporti fra i giudici e l’allora insospettabile (ma non per tutti) campione antimafia? Sui profili penali e disciplinari si sono espressi la Procura etnea e il Csm: niente responsabilità.

Sugli aspetti etici e morali del “sistema Montante” – che ha coinvolto istituzioni, forze dell’ordine, servizi segreti, politici, imprenditori e giornalisti, ma anche magistrati – non ci sarà mai alcuna risposta.

(La Sicilia – articolo di Mario Barresi)
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