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Caltanissetta. “Sequestrarono operatrice”; in dieci sono ora imputati. Ma spunta… l’inghippo

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In sei chiedono la messa alla prova e quattro sono già rinviati a giudizio per il presunto sequestro di persona di un’operatrice di una comunità di accoglienza per minori stranieri. Ma spunta l’intoppo. Uno degli imputati ha… cambiato nome. Si, proprio così, perché uno dei minori stranieri imputati, quando era arrivato in Italia, aveva fornito un nominativo; solo che, dai successivi accertamenti era emerso che le generalità erano diverse. E quindi dovranno essere ripetuti alcuni controlli tramite impronte digitali – confrontando quelle rilevate nel 2015 con quelle di adesso – per avere l certezza della sua identità e capire se la stessa persona sbarcata tre anni fa in Italia è la stessa finita davanti al gup dei minori.

Il colpo di scena è arrivato nel corso dell’udienza preliminare che vede sette minori – quattro gambiani, un egiziano e un guineano – imputati davanti alla gup dei minori Antonina Sabatino. Trattandosi di minori (per questo non possiamo pubblicare i loro nomi) avevano la facoltà di chiedere la messa alla prova e quindi di fare un percorso di attività e lavori utili in modo da potere estinguere il reato ed era questo il percorso processuale scelto, come chiesto dai loro legali, gli avvocati Alfredo Danesi, Maria Stella Iraci, Luigia Di Fede e Giuseppe Panepinto. Messa alla prova che era stata concessa, ma l’inghippo sull’identità di uno degli imputati ha fatto saltare tutto e in attesa che vengano eseguiti i confronti tra le impronte digitali.

Altri quattro imputati, due egiziani, un gambiano e un guineano, hanno invece scelto il rito ordinario e sono stati rinviati a giudizio; per loro si aprirà il processo davanti al Tribunale dei minori a partire dal prossimo mese di dicembre, quando verranno ascoltati i primi testimoni. Ad assisterli gli avvocati Alfredo Danesi e Carmelinda Anzalone.

Il fatto risale al maggio 2015. Secondo la ricostruzione degli investigatori i dieci ragazzi, avevano sequestrato l’operatrice chiudendo la porta della stanza in cui si trovavano, quando si sono sentiti rispondere che in quel momento non potevano essere consegnati loro i soldi dei pocket money, cioè delle quote settimanali per vitto e altre spese, a causa di problemi contabili e perché la stessa casa di accoglienza non li aveva ancora materialmente disponibili. Da qui si sarebbe scatenato il putiferio e i ragazzi, oltre a chiudere la porta, si erano anche impossessati dei telecomandi che regolano l’apertura del cancello di ingresso trasformando la struttura in una sorta di fortino. I poliziotti erano poi intervenuti grazie alla presenza di spirito della donna, che era riuscita a chiamare comunque il “113”.

 

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