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“Biglietto di andata e ritorno” di Salvatore Paci – Capitolo 3

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Biglietto di andata e ritorno

un thriller di Salvatore Paci

Capitolo 3

Giovedì, 31 Marzo 2005

Il mio primo pensiero, mentre sfilavo il pigiama e lo buttavo sul letto, fu quello di andare a vedere se il mio programma avesse individuato la password per aprire il file zippato. Mossi il mouse per far scomparire lo screen saver e vidi che il PC stava elaborando la serie da nove numeri e non aveva ancora individuato la sequenza corretta. Mi venne un dubbio e, mentre il PC continuava a lavorare, volli fare una prova. Presi un file a caso dal desktop e provai a comprimerlo proteggendolo con una password. Digitai “sto provando” per controllare se tra i caratteri ammessi fosse contemplato pure lo spazio. Ebbene sì; lo spazio poteva essere utilizzato all’interno della password. Cancellai il file compresso e feci un’altra prova. Con il tasto “alt” premuto digitai “126”, venne fuori la tilde “~” e WinZip accettò anche questo carattere. A questo punto capii che il lavoro di quella notte era stato inutile. Avevo tenuto conto soltanto dei caratteri visibili sulla tastiera, mentre avrei dovuto inserire nella serie anche tutti i caratteri ASCII. Se, ad esempio, la password fosse stata “sono qui”, pur essendo composta da otto caratteri, il programma non l’avrebbe individuata. Una notte completamente sprecata. Bloccai il programma e spensi tutto. Non aveva senso riprovare a riavviare il programma tenendo conto di tutti i caratteri inseribili. Sarebbero stati almeno duecento e quindi il tempo necessario per l’elaborazione sarebbe stato ancora più lungo.

La telefonata di Gheppio Junior arrivò un attimo dopo aver salutato Roberta ed essere entrato in auto.

«Ciao Antonio, sono Giuseppe Castrogiovanni.»

«Ah, ciao. Come stai?»

«Bene grazie. Scusami se ti disturbo così presto ma volevo sapere se hai scoperto qualcosa.»

«Sto dedicando parecchie ore a quest’impresa. Finora sono riuscito a scoprire poco e niente. Per quanto concerne la ricerca di tuo padre ancora non ho nessun elemento. Ho un’idea per la testa. Quando avrò tra le mani qualcosa di concreto ti assicuro che sarai il primo a saperlo.»

«Sappi che a me interessa soltanto mio padre. Non mi interessa nient’altro. Vorrei sapere dove si trova. Sento che è vivo. Ho una voglia pazzesca di rivederlo o almeno di sentirlo telefonicamente. Anche nel caso scoprissi che è morto, dimmelo. Non farti venire dubbi del tipo glielo dico? Non glielo dico? perché io voglio saperlo. Sono stato chiaro?»

«Chiarissimo.»

«Spesso, durante la nostra vita, veniamo affascinati da cose effimere che ci allontanano dalla realtà, dagli affetti, dalle cose che realmente meriterebbero la nostra attenzione. Mio padre, ad esempio, ha trascurato la sua famiglia a causa di quel dannato gioco. Chissà se un po’ di colpa ce l’ho anch’io. E se avessi cercato di distrarlo con più insistenza? Se avessi pensato più a lui che ai miei amici? A casa nostra si era raggiunto un equilibrio strano: lui si faceva i cavoli suoi e ognuno di noi faceva altrettanto. Eravamo diventati elementi di famiglie diverse.»

«Non farti venire questi dubbi. Da quello che mi hai raccontato è chiaro che la colpa di questo allontanamento è soltanto sua.»

«Sì. Da quello che ti ho raccontato, sì!»

«Cosa vuoi dire? Che non mi hai raccontato tutto?»

«Non volevo dire questo, ma che tendenzialmente ognuno di noi quando racconta qualcosa dice quello che vede e sente in prima persona. Probabilmente, se tu potessi parlare con mio padre ti direbbe che ho sbagliato in qualcosa e — chissà — potrebbe essere vero. Voglio trovarlo per questo motivo. Voglio sapere come sta, perché se n’è andato. Sto impazzendo, capisci? Non riesco a trovare un motivo valido che possa giustificare la sua scomparsa.»

«Dimmi una cosa: insieme al floppy mi hai dato anche un foglio di carta e una lettera che avrà pur avuto una busta che la conteneva, no? Sulla busta probabilmente c’è l’indirizzo di Alessandro, il programmatore che ha svolto il lavoro per conto di tuo padre. Ce l’hai?»

«Magari! No, purtroppo no.»

«Tuo padre non ha lasciato nulla nella sua stanza che ci possa aiutare nelle ricerche?»

«No. Purtroppo no.»

«Ma come ha fatto ad andarsene? Non avete notato nulla? Avrà fatto dei preparativi. Non credo che se ne sia andato così, su due piedi.»

«Ha approfittato di un nostro periodo di assenza. Eravamo andati a San Giovanni Rotondo. Al nostro ritorno abbiamo trovato la sua stanza quasi vuota. Nessuna carta, documento, niente: soltanto il computer con il quale lavorava ma non servirà per le nostre ricerche. Prima di sparire ha formattato l’Hard Disk. I suoi vestiti, a eccezione di quelli che si è portato dietro, li abbiamo trovati nel suo armadio. Dentro le tasche non c’era nulla di interessante. Qualche monetina, un accendino, un paio di scontrini e nient’altro.»

Quando mi era arrivata la telefonata di Giuseppe ero già in auto, in procinto di recarmi in ufficio ma, dopo la breve chiacchierata, mi prese una gran voglia di fare delle ricerche sul programmatore di Gheppio. Pensai di cercare informazioni visitando tutti i siti che conoscevo essere legati al Gioco del Lotto. Avrei cercato con più attenzione tutti quelli nei quali veniva proposta la vendita di programmi. Lì, probabilmente, avrei potuto trovare qualche indizio utile per la mia indagine: un indirizzo di posta elettronica, un numero di cellulare, ecc. ecc…

Dall’ufficio non avrei potuto compiere tale ricerca poiché, per un fattore di protezione, il Proxy non mi avrebbe permesso di visionare pagine catalogate come gambling e gioco d’azzardo. Per questo motivo, decisi di rimanere a casa e telefonai a Matteo per avvertirlo che non sarei andato al lavoro. La mia ricerca durò qualche ora. Dopo aver visionato centinaia di siti, decine di forum e un newsgroup, ottenni una lista contenente i recapiti telefonici di cinque programmatori che sarebbero potuti essere “il nostro Alessandro”.

31 Marzo 2005, ore 12.30

Ti scrivo questa e–mail per coccolarti via etere. Come stai? Lo sai che ti amo?

Stamattina, dopo che te ne sei andata mi ha telefonato Gheppio Junior e mi ha chiesto se ho scoperto qualcosa circa suo padre. Mi è sembrato depresso. Mi ha pregato di aiutarlo a scoprire dov’è finito suo padre. Vuole sapere tutto. Anche se dovessi scoprire che è morto, vuole saperlo. Mi è venuta voglia di contattare il “nostro” Alessandro e sono rimasto a casa per fare delle ricerche.

Finora ho trovato cinque programmatori che si chiamano Alessandro. Il nostro potrebbe essere uno di loro. Ho allegato a questa e–mail i nominativi e i recapiti telefonici. Stampali e tienili con te. Mi conosci: sono così distratto che potrei dimenticare di portarli stasera. Voglio che tu sia presente quando chiamerò questi programmatori.

Amore mio, non vedo l’ora di sentirti telefonicamente. Non ti voglio disturbare mentre lavori e aspetterò la tua pausa pranzo.

Ti amo!

Antonio

Sentii Roberta alle tredici e trenta. Mi ringraziò per l’e-mail e mi raccontò i particolari delle sue ultime ore in ufficio. Come al solito era stata impegnata in riunioni organizzative e con telefonate in inglese e francese con manager di paesi come il Sud Africa, gli Stati Uniti e il Canada. Tornò da Enna alle diciotto e cinque minuti e ci incontrammo come sempre nel parcheggio del distributore Esso. Le feci un segno, parcheggiò e salì sulla mia Passat.

«Hai stampato la lista degli Alessandro? Te lo chiedo perché, come previsto, l’ho dimenticata a casa.»

«Certo. Mica mi chiamo Antonio!» e si mise a ridere.

Estrasse un foglietto dalla sua borsetta costantemente affollata da mille cose e me la porse.

«Li chiamiamo questi tizi?»

«Ma sì. Sono pronta a prendere appunti, nel caso ce ne fosse bisogno.»

Composi il primo numero e Roberta segnò un visto accanto al primo nominativo.

Qualche squillo dopo mi rispose una voce femminile. Si trattava sicuramente di una persona anziana. La telefonata si tramutò presto in un qualcosa di tragicomico. Infatti, la signora non sentiva bene e parlava trascinando le parole. Fui costretto a chiudere.

Controllai il numero e mi accorsi che avevo invertito le due cifre finali. Invece di settantacinque avevo digitato cinquantasette. Mannaggia!

Modificai sul mio display l’ordine delle ultime due cifre dell’ultimo numero composto e provai a chiamare. Squillava.

«Sì?»

«Salve, sono Antonio La Mattina. Parlo con Alessandro?»

«Sì, sono io. La Mattina, La Mattina; il suo cognome non mi è nuovo. Per caso è un mio collega di Caltanissetta?»

«Esattamente.»

«Bene, mi dica. Come posso esserle utile?»

«Caro Alessandro, telefono per conto di Giuseppe Castrogiovanni. Si tratta del figlio di Michele Castrogiovanni. Lo conosce?»

«No. Non lo conosco. Ma cos’è, uno scherzo? Oppure su qualche sito hanno scritto qualcosa che vi sta facendo telefonare tutti qui, a me?»

«Non capisco. Tutti chi?»

«Lei non è la prima persona che mi chiama oggi. Meno di un’ora fa un altro signore mi ha posto pressoché la sua stessa domanda.»

«Le hanno già fatto la mia stessa domanda? Strano. Ha detto come si chiamava il signore che le ha parlato prima di me?»

«No. Quando ha capito che non ero l’Alessandro che cercava, ha chiuso.»

«Ho capito. Mi dispiace per l’inconveniente. La ringrazio per il tempo che mi ha dedicato. In bocca al lupo per il suo lavoro.»

Avevo attivato il vivavoce anche per questa telefonata. Roberta fissava un punto lontano davanti a sé. Qualcuno stava percorrendo la nostra stessa pista.

«A cosa pensi?» le chiesi. «È da un po’ che il tuo sguardo è fisso verso il cielo.»

«Pensi sia stato Giuseppe Castrogiovanni?»

«Non ho idea.»

«Gli hai chiesto della busta, no?»

«Sì.»

«Allora, probabilmente, non avendola trovata ha fatto la tua stessa ricerca.»

«E ha telefonato alla stessa persona? Boh!»

«Se ha fatto una ricerca simile alla tua…»

«Mah! Continuiamo!»

Composi il secondo numero e prima di avviare la chiamata verificai che fosse lo stesso della stampa. Chiamai.

«Pronto», era la voce di una donna.

«Buonasera signora, sto cercando Alessandro. Potrei parlargli?»

«Ha sbagliato di nuovo. Le ho già detto che qui non c’è nessun Alessandro.»

«Ho sbagliato di nuovo? Quando avrei sbagliato per la prima volta?»

«Poco fa.»

Chiamai anche gli altri tre Alessandro ma nessuno di essi era la persona che stavo cercando.

«Che ne dici di cenare fuori?» le proposi interrompendo i suoi pensieri.

Avevo voglia di respirare aria di mare e imboccai la strada provinciale per Agrigento. La mia meta era San Leone. Conoscevo un ristorante a pochi metri dal mare nel quale si cenava a menu fisso con un’infinità di varietà di pesce. Arrivammo verso le ventuno. La vista del mare, seppur nella semioscurità della sera, mi trasmetteva una sensazione meravigliosa. Roberta era affascinata quanto me da quell’enorme massa d’acqua. Ci abbracciammo e ci baciammo appoggiati alla balaustra del lungomare dopodiché ci avviammo verso il ristorante. Non era un ristorante grandissimo e neanche bello a vedersi però cucinavano bene. Era stato ricavato da un locale posto alle spalle di un rifornimento di benzina. I tavoli erano spogli e al posto delle pareti c’erano soltanto vetrate dalle quali si poteva ammirare il panorama. Cenammo a lume di candela come due innamorati; ciò che realmente eravamo.

Qualche ora dopo, ero tra le mie mura domestiche.

Un uomo saggio — e quindi non io — sarebbe andato a letto per riposarsi. Io no. Accesi il computer per controllare se mi fosse sfuggito qualche programmatore di nome Alessandro. Aprii la cronologia delle pagine visitate e scelsi una delle pagine dalle quali avevo reperito i numeri telefonici. Notai una cosa strana. Pensavo alla telefonata durante la quale una signora mi disse che avevo sbagliato numero per la seconda volta mentre invece era la prima volta che la chiamavo. Lo rammentavo perfettamente, quel numero di telefono terminava con le cifre “quattro sette zero” mentre lì, in quella pagina di internet terminava con “quattro sette otto”.» Avevo sbagliato a trascriverlo però, se davvero era stato Gheppio Junior o qualcun altro a condurre le ricerche di Alessandro nello stesso modo in cui le stavo facendo io, perché aveva sbagliato anche lui? Avrebbe dovuto comporre il numero giusto e non quello errato. Aveva sbagliato nel mio stesso modo. Come si spiegava? Un caso? Guardai la tastiera del mio cellulare. Lo zero era proprio sotto l’otto. Nel passato mi era capitato di premere un tasto al posto di un altro quindi un errore era verosimile. Sì, ma componendo un numero di dieci cifre l’errore si era verificato proprio nell’ultimo? Possibile. Purtroppo sono sempre stato molto diffidente. La cosa che più mi dava fastidio era la sensazione che qualcuno mi avesse preso in giro. Chi? Chi sapeva di questi numeri? Solo Roberta. Impensabile l’ipotesi che avesse potuto fare un giro di telefonate senza parlarmene. E se avesse parlato con qualcuno quando era al lavoro? Se una sua collega avesse fotocopiato il foglietto che Roberta aveva stampato? Avrebbe potuto anche stamparselo direttamente dall’e-mail che avevo inviato ma, per farlo, doveva essere a conoscenza della password dell’account di Roberta. Certo, c’era un’altra ipotesi da valutare: che la mia fidanzata avesse lasciato il PC incustodito mentre andava in qualche altra stanza per sbrigare qualcosa. Però, pensandoci bene, anche se una collega di Roberta si fosse segnata i numeri, perché avrebbe dovuto fare quelle telefonate? Non conoscendo tutta la storia era assurdo ricercare questo Alessandro.

Decisi che si era trattato soltanto di una coincidenza.

***

Venerdì 1 Aprile 2005, ore 06.00

Gentilissimi radioascoltatori, sono centinaia i messaggi internet per chiedere notizie, mandare preghiere, esprimere affetto per Karol Wojtyla. I ‘papaboys’ che lo hanno seguito nelle giornate mondiali della gioventù e in numerose altre iniziative, dal loro sito www.papaboys.it hanno chiesto a tutti i giovani sparsi nei cinque continenti «una preghiera per il Santo Padre”.

I “Ragazzi del Papa” scrivono: «vi chiediamo, cari amici, di unirvi in una preghiera incessante per il nostro amato Papa: perché sia Cristo ad accompagnarlo passo dopo passo, istante per istante, fino a spalancare a lui, le porte che il Papa stesso ha voluto spalancare a ciascuno di noi”.

Numerosi giovani da ogni parte del mondo stanno inviando messaggi di solidarietà e pregano di potere vedere il Papa alla giornata mondiale della gioventù di Colonia. «Gli siamo vicini e gli vogliamo bene, è il nostro Papa»’, affermano. «Dio resti sempre con lui!»

Intanto le notizie ufficiali che ci giungono dalla Santa Sede sono tristi. «Le condizioni sono sempre più gravi. Il respiro è diventato superficiale. C’è una grave insufficienza cardiorespiratoria. Il Papa ha perso conoscenza.» Il commento dei medici fa intuire che il cammino di Karol Wojtyla sta per finire: pare che abbiano detto che “non ci sono più speranze”. Il cardinale Ruini ha usato parole che danno il senso profondo del momento: “Il Pontefice già vede e tocca il Signore”.

Spensi la radio e mi affrettai a fare la doccia. Sono sempre stato un pessimo fedele ma, in quel momento ero veramente commosso. Si trattava delle ultime ore di vita del Santo Padre. Colui che aveva lottato per la pace nel mondo, sicuramente l’uomo di pace più importante degli ultimi cento anni.

«Sai cosa ho scoperto ieri notte tornando a casa?» le chiesi seduto accanto a lei dentro la Ford, durante il nostro solito incontro mattutino.

«Cosa?»

«Ti ricordi che tra le telefonate di ieri ce n’è stata una nella quale una signora mi ha detto che era la seconda volta che sbagliavo numero mentre, nella realtà, era la prima volta che chiamavo?»

Annuì.

«Ebbene, controllando i numeri di telefono al PC, mi sono accorto che il numero che ho composto ieri era sbagliato. C’era una cifra sbagliata, ma qualcun altro ha commesso il mio stesso errore.»

«Non capisco. Sii più chiaro!»

«Ieri pensavamo che Giuseppe Castrogiovanni avrebbe potuto fare la nostra stessa ricerca, no? Ma se davvero l’avesse fatta con i numeri presi da un elenco telefonico o da una pagina web avrebbe trovato il numero corretto. Invece, ha composto un numero sbagliato. E ha commesso il mio stesso errore: ha chiamato erroneamente la stessa persona che abbiamo chiamato noi. Non ti sembra strano? È come se avesse letto la mail che ti ho inviato. Naturalmente, so che non dovrei neanche chiedertelo ma, quest’ultima è stata vista soltanto da te, vero?»

«Assolutamente!»

«Ne ero sicuro. Adesso abbiamo un problema in più: dobbiamo decifrare il file di Gheppio, dobbiamo contattare il nostro Alessandro e, come se tutto questo non bastasse, dobbiamo scoprire se qualcuno a nostra insaputa ha attinto alle nostre comunicazioni private.»

«Ascolta, genio del computer: hai controllato se per caso nel tuo PC ci sono dei virus? Come si chiamano? Cavalli di Troia, mi pare.»

«Trojan. Si chiamano trojan. Devo controllare. Oggi è venerdì. Sarà la prima cosa che farò non appena torno a casa dall’ufficio. Anzi, mi è venuta un’idea.»

«Quale?»

«Prima voglio rifletterci un po’ su. Te ne parlerò stasera. Adesso ti consiglio di andare per non fare tardi. Hai quarantacinque chilometri di strada che ti aspettano.»

«Già, Ahimè!»

L’abbracciai forte e le diedi un bacio appassionato. Qualche secondo dopo abbandonava via Veneto svoltando a destra.

Decisi di tendere una trappola a chiunque fosse stato a spiarmi. Sì. Perché mi convinsi che non poteva trattarsi di una semplice coincidenza. C’era qualcuno che si intrufolava nel mio PC. Inutile negare che i miei sospetti si concentrarono su Gheppio Junior. Chi più di lui poteva avere interesse a contattare il programmatore di suo padre?

Chissà se nel programma che mi fece installare illo tempore c’era un troian!

Mi venne un’idea. Salii a casa, accesi il computer e scrissi una mail a Roberta:

Venerdì, 1 Aprile, ore 07.50

Carissimo Amore mio, ti sto scrivendo mentre tu sei ancora in viaggio per Enna. Ti volevo comunicare che finalmente ho trovato il numero di telefono del programmatore di Gheppio.

Lo trovi nel file allegato. Per piacere stampalo e portalo questa sera. Vorrei che tu fossi presente quando lo chiamerò.

A presto!

Antonio

Spedii la mail, spensi il computer e presi dalla mia stanza un cellulare che non usavo quasi mai. Tolsi la cover, la batteria e controllai che ci fosse la SIM al suo interno. Mi accorsi che c’era, montai nuovamente il tutto, accesi l’apparecchio e mi apprestai ad andare in ufficio. Alle otto e venti ricevetti la telefonata della mia fidanzata la quale mi disse che il viaggio era andato bene, che mi amava e che ci saremmo sentiti al più presto. Dopo qualche minuto mi telefonò nuovamente. Aveva letto il messaggio e si complimentava con me per aver individuato il numero giusto. Voleva sapere come avevo fatto e le dissi che ne avremmo parlato solamente al suo ritorno. Alle nove e dieci sentii squillare il telefonino che avevo preso la mattina da casa. Si trattava di una chiamata anonima. Il numero che avevo comunicato a Roberta nella mail e al quale qualcuno mi stava chiamando non lo conosceva nessuno. Presi la chiamata al terzo squillo. Misi un fazzoletto di carta davanti al microfono e risposi cambiando voce.

«Pronto, parlo con Alessandro?»

Era lui.

«Signor Giuseppe Castrogiovanni, sono Antonio La Mattina. Noi due dobbiamo parlare.»

Seguirono alcuni secondi di silenzio.

«Antonio, ascolta, ti posso spiegare tutto.»

«Lo spero! Ti telefonerò nel corso della giornata per fissarti un appuntamento al quale non dovrai mancare.»

Usai un tono durissimo ma se lo meritava.

Accettò.

Alle tredici e trenta mi giunse la telefonata di Roberta e le spiegai della trappola tesa a Giuseppe Castrogiovanni.

«Amore, stai attento; potrebbe rivelarsi una persona pericolosa. Ho paura per te. Tu… diciamo che ti surriscaldi con una certa facilità.»

«Sì, è vero, ma cosa dovrei fare? Fare finta di nulla? Quantomeno dovrà darmi delle spiegazioni.»

«Giusto, però considera anche che sta smaniando per ricontattare il padre. Abbi un po’ di comprensione nei suoi confronti.»

«Stai certa che non voglio passare dalla parte del torto. Voglio soltanto parlargli e capirne un po’ di più della faccenda.»

«Bene. Quando e dove vi incontrerete?»

«Ancora non l’ho deciso. Gli ho imposto di non impegnarsi con nessuno per oggi. Non gli ho ancora comunicato l’ora e il luogo dell’appuntamento. Devo pensarci un po’, prima di telefonargli nuovamente.»

Dieci minuti dopo ero già in auto. Pensai a tutto quello che stava succedendo in quel periodo. L’incubo, il ricordo di Gheppio, il contenuto della scatola ancora da decifrare e le incursioni illecite di Giuseppe nel mio computer. In un altro periodo della mia vita forse non avrei retto. Adesso invece riuscivo ad affrontare tutto con la giusta tranquillità. Il merito era di Roberta. La sentivo accanto in ogni momento della mia vita. Avrei voluto averla accanto quando persi mio padre, al posto della mia ex moglie.

Dopo la separazione mi trasferii qui, in via Veneto. Inizialmente abitavo da solo. Tutt’e tre i cani erano rimasti con lei. Questa casa mi sembrava vuota dopo la morte di mio padre e con mia madre a Canicattì, da sua sorella.

Mio padre è stato sempre presente nella mia vita. Lo era da vivo e continua a esserlo da morto. Fino a qualche anno fa mi era impossibile immaginare la scomparsa di una persona cara perché la morte è un concetto troppo grande per essere compreso dalla mente.

La salma di Diego La Mattina adesso riposa nel cimitero di Caltanissetta, in quinta fila, dove trovai posto per lui. Inizialmente non gli feci costruire alcuna lapide, nella speranza di trovargli posto in una fila più in basso. A identificarlo c’era un cartone bianco con nome, cognome, data di nascita e di morte: sei settembre duemilauno. Mentre guidavo la mia Passat e pensavo a queste cose, mi venne un desiderio impetuoso: andare al cimitero per fargli visita.

Girai attorno al Palazzo Provinciale e mi addentrai nelle vetuste viuzze che conducono al cimitero. Là, dove l’aria che entra dal finestrino sa di umidità e di muffa. La prima cosa che si può scorgere, giunti al Quartiere Angeli sono le rovine del Castello di Pietrarossa. I castelli mi hanno sempre affascinato e, a causa di questo mio interesse, conoscevo la storia dei principali manieri della mia amata Sicilia. Una ricerca particolare l’avevo svolta proprio per quello della mia città.

La prima data certa riguardante il Castello di Pietrarossa è quella del 1087, anno in cui il conte Ruggero ne prese possesso. Da quell’anno in avanti il simbolo della storia nissena fu teatro di importanti vicende per quasi cinque secoli. Un parente di Corradino di Svevia, Nicolò Maletta, vi resistette contro l’assedio delle truppe angioine di Guglielmo d’Estendard. Poi viene tradito dai suoi e giustiziato dai francesi. Dopo la cacciata di questi dalla Sicilia sull’epilogo dei Vespri, nel 1295 il Castello di Pietrarossa ospitò il congresso dei Baroni dell’Isola per acclamare Federico re di Sicilia. Nel 1361 i cittadini si rivoltarono contro il castellano ma successivamente difesero la roccaforte, in aiuto di Federico III e della regina Costanza minacciati dai baroni Chiaramonte e Ventimiglia. Nel 1378 i Baroni di Sicilia, in una riunione svoltasi all’interno della roccaforte nissena, nominano i quattro Vicari per la reggenza temporanea della Sicilia. Il secolo successivo Pietrarossa appartenne ai Moncada.

Il castello crollò improvvisamente la notte del 27 febbraio 1567, per uno cedimento del terreno sottostante. Da allora, sono stati numerosi i tentativi di ricostruire il suo aspetto originale. Nella Galleria delle Carte Geografiche del Vaticano è conservato un disegno di un monaco del cinquecento dal quale si nota che Pietrarossa occupava tre grandi ambienti, ed era sopraelevato su un imponente bastione di roccia.

Oggi, proprio sotto questo bastione, si trova il cimitero.

Sin da quando aprii la portiera, fermo davanti a un piccolo chiosco per comprare un mazzo di fiori, fui investito da un odore forte, frutto della combinazione di tante profumazioni diverse. La fiorista che mi servì non aveva goduto di un’infanzia felice e serena. Glielo si poteva leggere chiaramente tra le rughe del suo volto. Però fu gentile, e grazie ai suoi consigli scelsi quello che mi sembrò il mazzo più bello. Risalii in auto e percorsi l’ultimo centinaio di metri che mi separavano dal cimitero. Evitai di parcheggiare davanti all’entrata principale per evitare l’incontro con lo zio di Roberta, il direttore. Se fossi passato davanti al suo ufficio avrei dovuto salutarlo. Ma ero sprofondato in un’atmosfera affascinante e non volevo venirne fuori.

Mi fermai davanti all’ultimo cancello. Presi il mazzo di fiori, chiusi l’auto ed entrai dentro il camposanto. Davanti a me dominava il colore giallo. Erano le costruzioni realizzate con i blocchi di Sabucina che rendevano quel luogo triste ma, al tempo stesso, luminoso e caldo. Il giallo, insieme all’azzurro del mare, è il colore che ogni anno attira centinaia di migliaia di turisti nella mia isola. È il giallo del grano e delle stoppie, dei Templi di Agrigento, Selinunte e Segesta, il giallo delle più antiche costruzioni di Caltanissetta. All’improvviso pensai che, prima o poi, anche il mio corpo, che sentivo forte e sano, avrebbe fatto parte di quel luogo. Si trattava di un pensiero che mi rendeva triste ma era giusto esserlo in quel momento. Mi trovavo nel regno della tristezza, nel luogo in cui venivano versate un’infinità di lacrime, nel posto in cui si recavano molte persone dalla vita spezzata, alla ricerca di un momento di illusoria intimità con il loro parente defunto. Ero lì per quello stesso motivo: piangere davanti alla lapide di mio padre. Parlargli, seppur mentalmente, delle mie preoccupazioni per il futuro. Come se lui potesse davvero sentirmi e consigliarmi. Come se, chiedendo il suo aiuto, lui si sentisse utile per qualcosa. Utile come lo era sempre stato durante la sua vita.

Subito dopo il cancello, girai a sinistra e mi infilai nel secondo corridoio a destra. Dopo aver percorso un centinaio di metri mi trovai lì, davanti alla costruzione numero 277. Presi una scala in ferro con le ruote. La trascinai fino al punto giusto e salii fino alla quinta fila. Appoggiai i fiori nell’apposito vaso e baciai la foto di mio padre.

Lo sentivo incredibilmente vicino.

Dentro di me.

Presente.

«Ciao papà.»

«Ciao Antonio, come sta la mamma?»

«Papà, come sempre. È sempre depressa. Durante i primi due anni, non ha fatto altro che piangere per te. A ogni occasione parla di te. Dice che se tu fossi stato vivo io non la rimprovererei, ma ti giuro che la tratto bene.»

«Rispettala! È stata la mia gioia.»

«Sì, papà. Io la rispetto ma lei mi fa arrabbiare.»

«Rispettala per me!»

«Ti giuro che la tratto bene, papà! Tu dici che è stata la tua gioia ma sai che invece ti ha fatto soffrire tanto a causa del suo carattere impulsivo e da bambina.»

«Rispettala per me. Quando si ama, si ama e basta. Ogni cosa che ho fatto per lei o per te, l’ho fatta con amore e non mi è costata alcuna sofferenza.»

«La verità è che tu sei troppo buono, papà.»

«Come va con Roberta?»

«Bene, papà. È tutta un’altra cosa rispetto a… a chi sai tu.»

«E la zia?»

«Bene. Lei è forte ed è anche buona, lo sai.»

«E Susy e Carlotta?»

«Papà, sono morte annegate.»

«Annegate? E come?»

«La mia ex moglie si tenne a casa soltanto Mia e le regalò a una coppia di sposi perché non poteva più badare a loro. Le trattavano bene. Me ne ero sincerato di persona. Poi, un giorno le hanno portate in campagna e le hanno lasciate scorrazzare. Non si sono accorti che erano finite dentro la piscina e… che tristezza, papà. Che tristezza! Scusami se non te ne ho parlato prima ma mi veniva difficile farlo.»

«E Mia? Ce l’hai tu, vero?»

«Sì, papà. Sta bene, papà. Sta bene. È sempre contenta ogni volta che mi vede tornare a casa.»

«Anche io sono contento ogni volta che ti vedo.»

«Papà, perdonami se non vengo spesso. Perdonami!»

«Non ti preoccupare! Adesso vai pure. Dai un bacio alla mamma ma non dirle che abbiamo parlato.»

«Sì papà. A presto, papà.»

Staccai le dita dalla lapide e piangendo scesi dalla scala.

Avevo parlato con mio padre.

Non nella realtà ma mi accontentavo.


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